Un abbraccio di nome Famiglia: la storia di Daniela e Travis

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La gravidanza è, in genere, un momento che unisce le famiglie: insieme si aspetta, insieme si gioisce, insieme si immagina.

Quando il bambino che si stava aspettando muore, però, spesso le famiglie si sgretolano, si allontanano, non sanno essere di supporto. Non riescono a condividere questo risvolto della gravidanza, non riescono a continuare con i genitori in lutto questo percorso che, fino a un momento prima, era la gioia di tutti.

Ci sono famiglie, invece, che sanno rimanere unite. Sanno ascoltarsi, accogliersi, sostenersi. Sanno chiudersi in un abbraccio attorno a chi soffre, per rendere appena un pochino più lieve quel dolore e per far sentire il calore della presenza anche in un’assenza così tremenda, come quella di un figlio che non c’è più.

Ecco la storia di Daniela, del suo Travis e della sua famiglia, che non l’ha lasciata sola.

“Mi chiamo Daniela, ho 22 anni e questa è la storia del mio piccolo angelo…

Dopo 5 giorni di ritardo, il giorno di San Valentino andai a comperare un test di gravidanza.

Era il 14 febbraio 2016, lo feci e… risultò positivo!

Sentivo come se mi stesse scoppiando il cuore dalla felicità.

A 9 settimane ebbi un distacco di placenta: dovetti stare per tre settimane senza muovermi, ma all’ecografia di controllo tutto era tornato a posto. Il mio bambino era un bel maschietto!

La felicità in quella stanza era tanta, troppa!  Mio marito era contentissimo, cominciò a fare telefonate per comunicare che tutto andava bene e che ci sarebbe stato un fiocco azzurro: c’era in arrivo il mio piccolo TRAVIS.

Dopo quell’inizio difficile, tutto andava bene. Anche alla morfologica, ogni nostra preoccupazione era stata cacciata via.

A 20 settimane mi ritrovai con un dolore al fianco destro e febbre alta; corsi al pronto soccorso, dove mi ricoverarono d’urgenza per un’infezione al rene. Io ero preoccupatissima, più per il cucciolo che c’era dentro di me che per me stessa… chiesi se la situazione fosse pericolosa per il mio bambino, ma mi dissero “no signora, è pericoloso per lei”. Abbiamo combattuto sempre insieme, io e il mio guerriero, e dopo un paio di settimane tutto si era sistemato. Andavamo avanti, ancora, nonostante tutto.

Ero quasi a 22 settimane, quando un giorno mi accorsi che non sentivo muovere il mio cucciolo. In un primo momento mio marito mi tranquillizzò, mi disse: “starà riposando”; il secondo giorno mia mamma mi disse: “sarà perché è cresciuto e lo percepisci meno”;  il terzo giorno ascoltai il mio istinto da mamma: sapevo che c’era qualcosa che non andava.

Era il 18 luglio, giorno in cui iniziava il 6 mese. Andai con mia mamma e mia cognata a fare un ecografia per vedere…appena il medico mise la sonda, guardai il monitor. Subito dissi al dottore “non c’è battito, vero?”. Con una faccia disperata lui mi guardò e disse solo: “mi dispiace”….

Gridai forte, come non ho mai urlato in vita mia.

Un dolore allo stomaco, al cuore. Lancinante. Mi sentivo strappare il cuore dal petto.

Abbracciai mia mamma forte dicendo “perché mamma? perché Dio mi ha fatto questo?”. Lei pianse tanto insieme a me, non mi rispose, mi accarezzava.

Chiamarono mio marito e lui di corsa venne da me. Mi guardò e cominciò ad abbracciarmi, piangendo. Prendeva a calci tutto ciò che lo circondava. Poi arrivarono mia sorella, mio fratello, tutti. Tutti volevano esserci vicini. Tutti avrebbero voluto poter alleviare il nostro dolore.

Chiesi al dottore se potessero farmi un cesareo perché già avevo un dolore enorme dentro e il pensiero di partorire il mio bambino morto…non potevo, non riuscivo. Ma non era possibile, sarei potuta morire perché ero di 6 mesi e rischiavo un emorragia.

Mi indussero il parto.

Dopo quasi 2 giorni, il 20 luglio, di sera, il dolore era insopportabile. Ad un controllo la dottoressa mi disse che eravamo a 6 cm; neanche il tempo che lei uscisse dalla stanza e cominciai ad urlare. Corremmo alla sala parto. Piangevo. Le dissi: “oddio sta uscendo”. Diedi una sola spinta ed ecco: sentii il vuoto. Mia mamma era lì con me.

Piansi, piansi tanto. Vennero i miei fratelli e mio marito, mi abbracciarono forte. 

Tornai a casa ed era vuota; senza più il mio principe dentro di me, il mio cuore era rimasto con lui; era come se fossi vuota: c’era il mio corpo, ma io non cero più.

I miei famigliari non mi lasciarono un minuto. Facevano di tutto per non farmi pensare, perché tutti i miei dubbi e il mio dolore non mi assalissero. Mio marito stava sempre a fianco a me; io lo offendevo, dicevo: “vattene, non voglio più stare con te!”; lo insultavo come se fosse stata colpa sua. Lui, anche se aveva solo 22 anni si comportò come un vero uomo: mi diceva “so che non sei tu a parlare, so che è la rabbia. Sfogati, prendimi a pugni, non mi interessa. Io non ti abbandono…”.

Sono passati 6 mesi. Da allora mi sono legata più che mai a mio marito, so che mi ama infinitamente. E so che la mia famiglia non mi abbandonerà mai.

TRAVIS ogni giorno è sempre con me, mi dà dei segnali che solo io percepisco, gli do sempre la buona notte e lui sa che anche se è in cielo, lui sarà sempre dentro me fino a quando ci rincontreremo…ora sono in attesa del mio bimbo/a arcobaleno pensavo non potessi più avere figli perché lui lo avevo desiderato così tanto e arrivato dopo 3 anni invece dopo 3 mesi test positivo penso sia stato il mio angelo a desiderare un fratellino o una sorellina perché lui sa che anche se avrò un altro bambino/a la mamma lo amerà sempre allo stesso modo”.