Non tutti capiscono. La storia di Mary e Matteo

Ci sono storie dal sapore amaro, in cui è la solitudine a farla da padrona, in cui non c’è comprensione, non c’è ascolto, non c’è accoglienza. Forse mancano gli strumenti per capire, forse manca la volontà di farlo, forse è tutto talmente difficile da sembrare inconcepibile.

Ci sono storie in cui una mamma vive la perdita della sua famiglia di domani, il suo bambino, e si trova abbandonata anche dalla tua famiglia di ieri, i suoi genitori.

Questa è la storia di Mary, che nonostante tutto va avanti.

“Sono Mary, ho 18 anni e il 01 maggio 2016 il battito di mio figlio Matteo si è spento.

Tutto iniziò il 28 marzo 2016: ero in ritardo di 24 giorni, avevo atteso e atteso, ma il ciclo non si era presentato.. così decisi di andare in ospedale a fare un test di gravidanza.
Alle 2 andai a ritirare l’esito: positivo.
In quel momento con me c’era il suo papà e c’è stato sempre, anche se ora non stiamo più insieme .
Ero felice, avevo mille dubbi, mille pensieri, ma ero felice e lo era anche lui. 

La stessa sera decisi di dirlo ai miei: dovetti prendere tutto il coraggio che avevo, ma volevo farlo e glielo comunicai. I miei genitori volevano farmi abortire, ma io non volevo, amavo già mio figlio da allora.  Mi sentivo tradita, mi sentivo abbandonata. 
Me ne andai di casa, andai a casa di mia suocera che mi ospitò. Solo i miei suoceri erano contenti della mia gravidanza.

Due giorni dopo andai a fare la beta e risultò che ero incinta di 11 settimana+5 giorni. Ero spaventata; mia mamma era arrabbiata, mi disse che mi odiava e che ero solo una puttana; stavo malissimo.
Nel frattempo andai alla prima visita, ero a 12+5, mi dissero che il bimbo stava bene ma era posizionato di lato.
I giorni passavano e mia mamma continuava ad insultarmi, arrivò anche ad alzarmi le mani. Mi sentivo come se fossi una sbaglio umano.. eppure anche mia mamma è diventata mamma a 17 anni e lei lo aveva tenuto nascosto ai miei nonni fino al 6 mese.. però lei diceva che i suoi erano altri tempi e che per me era una cosa diversa. Non capivo e non mi sentivo capita. Soffrivo per questa situazione.

Io venivo trattata così e mi angosciavo, ma il mio piccolo era forte, lui cresceva e stava bene; il 27 aprile mi comunicarono che al 75% era un maschio: ero felicissima, davvero, una felicità così immensa che non si può descrivere… ma questa felicità è durata ben poco.

Il 30 aprile incominciai a perdere sangue e, spaventata, mi recai in ospedale; mi fecero un’ecografia e mi dissero che era normale, che era tutto a posto.. Non ero convinta.
Presi tutto il coraggio che avevo e andai insieme al mio fidanzato in un altro ospedale a 35 km di distanza da casa mia; lì furono più attenti, mi trovai benissimo; mi dissero che avevo un lieve distacco di placenta e mi ricoverarono. Rimasi in ospedale tutta la notte e poi mi rimandano a casa. Ma io stavo peggio, sempre peggio. Avevo dei dolori forti, sempre più forti. Tenevo duro, ma sentivo che qualcosa non andava.

In serata ritornai in ospedale, mi ricoverano e alle 23:33 del 01.05.2016, mentre parlavo con il padre, mi comunicarono che il battito del mio Matteo non c’era più. Mi sono sentita male, stavo male dentro, nella mia testa “dicevo perché proprio io? Dio perché proprio me?”. Tante domande ,nessuna risposta.

Mi indussero il parto. Prima provarono con 2 dosi di gel ma non funzionò; poi fu la volta dell’ossitocina, ma niente: il collo rimaneva chiuso. Il mio bambino rimaneva dentro di me.
Decisero di farmi fare il cesareo perché il fisico ne stava risentendo, pativo ed ero uno straccio. Chiesi di vederlo: era un fagiolo, ma era il mio fagiolo; lo vidi, lo volevo tenere stretto a me, ma non potevo.

Mi sentivo sola, non ho avuto nessun conforto da parte della mia famiglia, così mi sono chiusa in me stessa.

Non ho avuto supporto da chi avrebbe dovuto starmi vicino, avrei voluto sentirmi capita, avrei voluto qualcuno che mi capisse e che accogliesse il mio dolore.”

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