La coppia dopo un lutto perinatale

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Ad attendere un figlio, di solito, si è in due. In due lo si è concepito, in due si è scoperta la sua esistenza, in due si è cominciato a fantasticare. Ognuno dei due, però, vive questa attesa a modo suo, con le proprie aspettative, con il suo modo di investire sui cambiamenti fisici, emotivi, sociali, organizzativi che un figlio porta con sé.

Quando quel figlio, inaspettatamente e dolorosamente, si spegne nel grembo della sua mamma o manifesta malformazioni tali da indurre la coppia a scegliere di interrompere la gravidanza, a vivere il lutto per la sua perdita si è, sempre e comunque, in due.

Nella coppia, però, la sofferenza e l’elaborazione del lutto spesso si manifesta in maniera molto differente tra i due partner e questo può avere un forte impatto sull’organizzazione della coppia e sull’evoluzione del rapporto.

La perdita di un figlio, infatti, può portare ad una maggiore intimità, a maggiore condivisione e ad un avvicinamento tra i due partner, che si sentono forti del proprio legame e che cercano ognuno il supporto dell’altro, offrendo il proprio allo stesso tempo. In altri casi, però, il risvolto di questo evento doloroso è il contrario: la coppia si fa meno solida, tra i due si instaura una maggiore lontananza emotiva e fisica, ognuno fatica a percepire l’altro come un sostegno e, spesso, ci si recriminano le differenti reazioni e ci si trova a non riconoscersi più, a litigare sempre più spesso e, a volte, a separarsi definitivamente. In queste situazioni, al dolore per la perdita e per lo svanire dei progetti genitoriali, si somma quello per lo sgretolarsi della vita di coppia e delle prospettive fino a quel momento costruite insieme.

Innanzitutto è importante considerare che il fatto di vivere diversamente il lutto è assolutamente normale, sia perché ognuno ha le proprie modalità di esprimere il dolore, sia perché i vissuti in questo particolare tipo di lutto sono generalmente molto differenti: la donna ha un legame fisico, viscerale con il bambino, lo ha portato dentro di sé, lo ha partorito, ha percepito il proprio corpo cambiare con lui e per lui; l’uomo, invece, ha potuto vivere la propria transizione alla paternità solo mentalmente, attraverso i sogni e le aspettative, e ha potuto conoscere quel bambino solo attraverso la madre, quindi spesso si sente meno autorizzato a soffrire per la sua perdita. Inoltre la nostra cultura tende a spingere a pensare che un uomo crei un reale legame con il proprio figlio solo dopo la nascita e questo pensiero ha un forte impatto sia sulle percezioni dei padri (che spesso evitano un eccessivo coinvolgimento emotivo, per non sentirsi “strani” o “assurdi”), sia su quelle delle madri (che spesso credono che il proprio partner non sia legato quanto loro al bambino che hanno in grembo e, di conseguenza, leggono “automaticamente” i suoi comportamenti in virtù di questo pensiero).

Si deve anche tenere presente il fatto che tendenzialmente gli uomini cercano di non far trasparire i propri sentimenti, soprattutto se sono forti ed intesi, per evitare di mostrare una debolezza. Nondimeno anche chi sta intorno alla coppia spesso non si prende la briga di chiedere al padre come si senta dopo aver perso il proprio bambino, dando per scontato che le sue manifestazioni emotive siano esigue e di minore importanza rispetto a quelle della compagna. Il padre spesso si tuffa nel lavoro o in attività pratiche, facendo così pensare alla compagna di non essere sofferente, di aver già dimenticato, di non provare interesse e nostalgia per il bambino che non c’è più. Spesso, anzi, sono i papà stessi a negare la sofferenza, a prenderne le distanze e ad imporsi di non pensarci… Ma è molto difficile che queste reazioni, estremo tentativo di difendersi dal dolore, vengano correttamente interpretate come tali.

Gli uomini, dunque, possono mostrarsi o disinteressati (scatenando l’odio e il rancore delle proprie compagne) o solerti e oltremodo disponibili nell’essere di aiuto e di sostegno alle donne al loro fianco (le quali possono così dimenticare di badare al dolore che anche i loro partner provano).

La cosa migliore sarebbe che ognuno si sentisse libero di esprimere il proprio dolore come meglio crede e sente, agendolo e vivendolo senza “paletti” e senza dover sottostare a nessuna “regola predefinita”: in questo modo ognuno avrebbe i suoi momenti per sostenere e quelli per essere sostenuto, così come i momenti per poter vivere in solitudine le proprie emozioni, senza il rischio di apparire distaccato.

Ci vuole molta tolleranza, pazienza e fiducia per evitare una rottura. È importante che nessuno giudichi l’altro, che non ci si trovi a pensare che lui/lei sta sbagliando nelle sue reazioni solo perché sono diverse dalle proprie e che, comunque vada, si trovino dei momenti e degli spazi di condivisione, in cui, semplicemente, raccontarsi reciprocamente, senza aspettarsi le valutazioni, i consigli o i pareri dell’altro, ma cercando solo di offrirsi ascolto ed accoglienza.

Quando la coppia si rende conto che il rancore, le differenze, la gestione della situazione sta creando un allontanamento e delle fratture troppo grandi, è bene prendere in considerazione la possibilità di farsi dare una mano: cercare un terzo punto di vista, un modo diverso di leggersi e di accogliersi può essere molto utile ad attenuare le divergenze. Questo aspetto è molto importante, anche perché va considerato il fatto che, talvolta, i litigi e le recriminazioni sono solo un modo per sfogare il dolore e per evitare di concentrarsi sul vissuto di perdita: questo può anche mettere a repentaglio una sana elaborazione del lutto, che rimane nascosto dietro alla questione della relazione di coppia.

A volte, nonostante tutti gli sforzi, è comunque possibile che la coppia si divida, perché l’esperienza traumatica della perdita di un figlio può effettivamente cambiare le premesse e le prospettive di una persona, rendendole incompatibili con quelle del partner. Anche in questo caso, però, sarebbe bene non abbandonarsi all’odio e al risentimento: ognuno ha la propria storia, il proprio modo di reagire, le proprie risorse per affrontare i momenti difficili… E se in un momento così complesso non vi è corrispondenza tra le possibilità dei due partner, non è una colpa, né una volontà di ferire. È importante concedersi di vedere le cose semplicemente per quello che sono: ce l’abbiamo messa tutta, ma è andata così.

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Dott.ssa Giulia Schena