Perdere un figlio fa provare un dolore immenso, inimmaginabile, che va oltre i confini dell’immaginabile. Ma quel bambino, rimasto così poco sulla terra, ben presto dimostra che l’amore può andare oltre anche a questo dolore, che l’amore tra madre e figlio è eterno e che basta un attimo ad una mamma per amare il proprio bambino.

Serena, mamma di Federico nato a 18 settimane a causa di una pProm, racconta in poche righe i suoi sentimenti: non servono molte parole per dire grazie al suo bambino per averle insegnato che cosa sia l’amore vero.

“Per il mondo non sei mai esistito, sei andato via in silenzio proprio come sei arrivato…un silenzio carico d’amore in cui io sono diventata la tua mamma e tu la mia dolce farfallina.

Avevo fretta di conoscerti, di averti con me, di crescerti e di coccolarti e tu mi hai accontentato.

Eri bello, piccolo e perfetto come ogni bambino…ma ti sei affacciato a questo mondo troppo presto e sei nato addormentato.

Ci è stato concesso solo un attimo ma quell’attimo resterà in eterno dentro di me, sarà per sempre nostro e nessuno potrà portarmelo via.

Vivi nei miei giorni, in tutto ciò che faccio so che sei al mio fianco.

Grazie stellina mia per avermi fatto capire cosa è davvero l’amore, quello puro ed eterno in grado di superare anche la morte.

Grazie per avermi reso una mamma speciale, una mamma nel cuore, la tua mamma.

Grazie per aver scelto me Federico”

 

 


 

Questa è una lunga storia, che fa percorrere tra le righe l’esperienza di mamma Cristina: dalla gioia al dolore, dalla paura al tentativo di stare serena. Con le sue parole fa entrare ognuno dentro la sua vita, ci accoglie in punta di piedi. Con la sua storia ci mostra quanto può essere profondo il baratro, quanto è difficile risalire, quanto sono importanti le mani tese ad aiutarci e quanto può splendere l’arcobaleno.

“Chiudo gli occhi e mi sembra ancora di stare con te, percepisco la pelle della pancia che tira e qualcuno dentro di me che si muove ma poi improvvisamente torno alla realtà e mi dico: “Cristina sveglia! Non puoi sentirlo, Ercole è morto. Quanto ribrezzo mi fa questa frase e la parola “morte”, una combinazione di cinque lettere che non vorrei conoscere, il riassunto di quel che io chiamo inferno. Richiudo gli occhi un istante e mi sembra di vederti. Guardare in faccia la morte attraverso il proprio figlio è la cosa peggiore che un genitore possa immaginare. Non si accetta facilmente questo passaggio ma a volte succede di essere protagonista di uno spettacolo tutt’altro che emozionante e lo devi vedere tutto, lo devi sentire tutto, fino alla fine e senza che qualcuno possa premere il tasto stop.

Aspettavo il ciclo mestruale, come ogni mese, ma stavolta sapevo che non sarebbe arrivato. Una donna le sente certe cose. Comprai il test di gravidanza. Lo nascosi nella borsa, come se fosse la cosa più preziosa mai comprata, come una ladra farebbe con il suo bottino, ero emozionata. Non ricordo dove lo feci, ma ho ben in mente il mio stato d’animo nell’attesa dell’esito: avevo il cuore in fibrillazione e una paura incontrollata. Furono attimi indimenticabili, attendevo la linea rosa nella finestra di controllo del test; comparve subito. Una gioia indescrivibile mi fece fare un sorriso enorme, dovevo dirlo subito a Max, non potevo aspettare, solo nove mesi e avremmo avuto il nostro bambino.

Aspettai il rientro di mio marito alla finestra, con la stessa impazienza dei primi appuntamenti. Non gli diedi quasi neanche il tempo di entrare in casa che subito gli dissi che sarebbe diventato papà. Max mi guardò incredulo, era davvero felice, ma da subito mi disse che finché non l’avrebbe tenuto tra le braccia non ci avrebbe creduto davvero. Io mi sentivo una forza della natura, avrei scalato una montagna e alla vetta avrei urlato tutta la mia felicità.

La voglia di avere un bimbo era tanta, soprattutto dopo l’agosto del 2014.

Ci siamo sposati il 14 giugno 2014. La nostra storia è stata travolgente anche se all’inizio non ero molto convinta, Max non mi piaceva un granché esteticamente, ma conoscendolo appena mi accorsi subito che sposarlo sarebbe stata la cosa più bella che potessi fare; non mi sbagliavo. Tornati dal nostro viaggio di nozze in Messico ai primi di luglio scoprii che una nuova vita stava crescendo dentro me.

Non mancava nulla, era tutto perfetto ma la gioia venne coperta dalla paura e dall’angoscia quando, inaspettatamente, ebbi una forte emorragia. Il medico che mi visitò mi tranquillizzò dicendomi che il battito del mio bambino si sentiva perfettamente, mi prescrisse una terapia farmacologica e mi consigliò il riposo. Qualche tempo dopo feci una normale visita di controllo, ero alla decima settimana. Felice come non mai attesi il mio turno. Mi fece accomodare una ginecologa, per nulla simpatica, scoprii fiera la mia pancia in attesa di vedere nel monitor il mio piccolo punto ma lei, fredda e disumana mi disse che il battito non c’era più. Non aggiunse altro. Non volevo crederci, andava tutto bene, avevo eseguito alla lettera la terapia, cosa era andato storto? Dov’era il mio bambino?  Mi crollò il mondo addosso.

Fui ricoverata per quel che chiamano raschiamento. Le lacrime scendevano lungo il viso senza sosta, stavo male. Mi immaginavo con il mio bambino tra le braccia passeggiare al parco, lo sognavo seduto sulle gambe di suo padre e invece ero lì, sdraiata in un letto di ospedale ad aspettare che svuotassero il mio cesto di sogni, la mia forza. I medici erano tutti indaffarati quel giorno, mi fecero aspettare fino a sera quando, su insistenza di mio marito, mi portarono in sala parto; lì, dove le donne danno la vita, io diedi luce alla morte.

Il giorno seguente tornai a casa. Mio marito prenotò un fine settimana sul Lago di Garda, dovevamo distrarci un poco e magari dimenticare la sofferenza. Come si fa a dimenticare una cosa simile? Persino il quotidiano non era più lo stesso, andare a fare la spesa era diventato un incubo, incontravo le mamme con i loro bambini e avevo la sensazione che mi guardassero in modo strano, come se sapessero di noi. Odiavo quelle giornate. Odiavo comparire nelle fotografie: la ragazza che rivedevo era affranta dal dolore ed ero proprio io. Furono mesi lunghi e faticosi, rifiutai un aiuto medico, volevo farcela da sola così attinsi a tutte le mie forze e andai avanti.

Qualche mese dopo, Max ed io, ci dicemmo di riprovare, avevamo ancora il nostro sogno di famiglia, non potevamo rinunciare. Arrivò un grandioso regalo di Natale,il più bello della mia vita: ero nuovamente incinta. Ero al settimo cielo, ma stavolta volevo aspettare la fine del primo trimestre per dirlo alle nostre famiglie, un pizzico di scaramanzia non guastava.

Fu difficile provare a tenerlo nascosto a mia madre, aveva avuto quattro figli e la mia nausea era troppo invadente. Fece finta di credermi. Finché qualche giorno dopo capodanno le dissi di aspettare un altro bambino. Ero di nuovo la Cristina gioiosa di un tempo, il malessere fisico non aveva importanza, avrei sopportato le nausee per tutta la durata della gravidanza se fosse stato necessario, lo avrei fatto volentieri pur di avere il mio bambino.

Una mattina mentre ero seduta alla mia scrivania, sentii qualcosa di strano scendere dal mio corpo, controllai spaventata, avevo un brutto presentimento, avevo delle perdite ematiche. Il cuore cominciò a battere forte, avevo paura, temevo per il benessere del mio bambino e subito chiamai Max e mia madre. Presi la mia bicicletta e pedalai con tutta l’energia che avevo verso l’ospedale, non c’era tempo da perdere, eravamo in pericolo. Mi diagnosticarono una minaccia di aborto, avevo già vissuto questo momento e lo sconforto mi assalì. Mi prescrissero nuovamente il riposo e gli ovuli di progesterone, un’altra volta, anche questa volta. Mi sembrava di rivivere un incubo, la paura di perdere anche stavolta il mio bambino mi fece cadere in uno stato di ansia e angoscia. Si preoccuparono tutti per noi, mi dissero di volermi aiutare evitandomi sforzi fisici ma in realtà volevano tenermi sotto controllo. Accettai il loro aiuto senza battere ciglio.

Il tempo mi passò velocemente ma non fu la stessa cosa per l’ansia e i brutti pensieri. Ripercorrere la stessa strada di qualche mese prima, con l’esito che avevo avuto, mi faceva paura. Non avrei potuto sopportare la medesima sofferenza, non stavolta.

Feci una visita di controllo in cui il ginecologo mi disse di tirare un sospiro di sollievo, i tre mesi critici erano passati: secondo il suo parere potevo stare tranquilla. Non ce la feci, per alcune settimane fui molto agitata, dormivo a fatica e malamente. Sono sempre stata una guerriera, cercai di reagire distraendomi, non potevo abbattermi, non era nel mio carattere farlo, il panico non avrebbe vinto la battaglia. Prenotai un massaggio rilassante, feci una seduta di luce pulsata e due chiacchiere con uno psicologo ma il risultato non fu quello aspettato, ero costantemente in ansia. Il mio pensiero ricorrente in quei giorni era che il mio bambino non stesse bene e io potessi non accorgermene. Poi, ingenuamente, lessi su internet che il mio stato d’animo poteva portare conseguenze sul mio bambino (bambini irrequieti, con un basso peso alla nascita, …) e ciò mi fece alternare momenti di grande gioia e serenità a momenti in cui l’agitazione bussava alla porta.

Pian piano, però, riuscii a convincermi che l’andamento delle cose non poteva dipendere da me e che il mio era solo un eccessivo senso di responsabilità e imparai a godermi la mia gravidanza senza inutili paranoie. Eh sì! stavo proprio bene! ero in piena forma! Mostravo fiera la mia pancia che lievitava sempre più.

Ai primi giorni di aprile cominciai a sentire qualche calcio, il mio bambino si muoveva e adesso potevo chiaramente riconoscere i suoi richiami. Ora sì che potevamo tirare un sospiro di sollievo. Presto sarebbe nato Ercole. Il mio compagno ed io scegliemmo subito questo nome dopo la visita morfologica del 13 aprile. Lui è un appassionato di storia e mitologia, io un’amante dei nomi tradizionali vecchio stile ed Ercole era davvero un bambino forte, questo sarebbe stato il nome perfetto per lui. 

Il sole splendeva su di noi, nulla poteva remarci contro, mai avrei pesato potesse andare diversamente.

Il tempo trascorreva veloce…oramai eravamo una cosa sola…una sintonia unica. Accarezzavo la mia pancia, gli parlavo, mi nutrivo benissimo per lui, bevevo tanto per lui, non mi affaticavo per lui, vivevo per lui.

Il tempo trascorreva veloce, troppo veloce. Uscivo orgogliosa della mia pancia sperando che chiunque la notasse e mi chiedesse se conteneva un bimbo o una bimba e io orgogliosa rispondevo: un bambino, il mio bambino.

Il mio ginecologo si ammalò gravemente e non ricevette più. Mi rivolsi ad un collega per un ecografia verso le 25/26 settimane e mi disse di attendere pure la 32 settimana per l’ecografia di rito.

Io ligia al dovere lo feci e la prenotai.

Intanto compravamo un sacco di cose belle per il nostro bambino, volevamo il meglio per lui. Max con la fissa per i supereroi ed io per i golfini in lana. Max gli comprava body bizzarri ed io maglie fatte a mano, Max kimono giapponese ed io le espadrillas come la mamma. Ritirammo pure il set completo da Prenatal che mio marito e mio padre montarono accuratamente. Era una cameretta splendida persino con il metro-giraffa! Mancava solo Ercole a riempirla con i suoi pianti e sorrisi.

La sera era un momento unico. Accarezzavamo la pancia facendo progetti. Max immaginava di  portarlo al parco, di giocare a calcio nel campo vicino a casa, di farsi accompagnare da Ercole a fare gli aperitivi nel suo bar di fiducia; mentre ci vedevo a fare lunghe passeggiate e pic nic insieme in montagna e poi… andare al mare. Sì… quel mare che Max odia tanto ma che per Ercole era disposto a sfidare, entrando persino in acqua con lui in braccio. Credo sia proprio quel bambino che gli avrebbe dato l’impulso per vincere le sue paure.

Eravamo innamorati, ogni settimana una foto si aggiungeva alla memoria della macchina fotografica, ogni settimana uno scatto ad immortalare quanto quella pancia cresceva, quella pancia che amavo tanto. Max la baciava, interagiva con suo figlio e io lo vedevo come il papà migliore del mondo.

E poi si portava avanti…avanti negli anni…il libretto di risparmio, la scuola, il motorino, le ragazze. Noi l’avremmo supportato, cresciuto, amato, insegnato, contemplato e adorato sempre. Il nostro Ercole.

Finii di lavorare il 25 giugno 2015 e il 28 giugno avevamo prenotato una settimana rigenerante al mare.

Fu una settimana magica. Io stavo moltissimo in acqua…sapevo che i bambini amano sentirsi cullati dalle onde. Mettevo super protezione solare sulla pancia e facevo delle belle passeggiate in riva al mare con mio marito in vista dell’ecografia dell’accrescimento del 8 luglio che ci avrebbe rilevato la grandezza del nostro piccolo. Quei giorni non sentivo più Ercole fare i suoi soliti singhiozzi (dicono che i bimbi provano a respirare) ma non mi allarmai perché avevo letto che alcune non li sentono neppure.

Arrivò il giorno dell’ecografia; la sera prima mi sentii strana ma Max, conoscendo la mia ansia, diceva che ero solo paranoica (!). Si sbagliava. Quell’ 8 luglio 2015 la vita nostra cambiò: il suo battito, che io amavo sentire, che ci teneva in vita, non c’era più.

Il momento peggiore fu sentire le terribili parole pronunciate a denti stretti dal medico, quasi sussurrando:”non c’è più battito, mi dispiace”.

Come si può ascoltare queste parole? Come si può farlo ancora? Come si sopravvivere alla morte dei propri figli? Imploravo di controllare meglio, di smentire. Ero sotto shock letteralmente, non avevo nemmeno la forza di piangere. Max sbalordito ebbe il coraggio di chiamare le nostre famiglie. Credevano fosse un orribile scherzo, ma subito capirono che con queste cose non si può scherzare, era tutto vero, era accaduto di nuovo. I miei genitori arrivarono subito in ospedale, mi abbracciarono, strinsero un corpo straziato dal dolore che non riuscì neppure a salutarli. Quello che provai fu il dolore più feroce che potessi immaginare, era innaturale, ti annienta e ti lascia inerme senza forze.

Non facevo altro che piangere, non vedevo l’ora di partorire il mio bambino, ogni secondo in cui lui stava dentro di me mi sembrava una punizione, dovevo convivermi che fosse morto e per farlo avevo bisogno che me lo strappassero dal corpo. Pensai alla mia morte, non avevo più paura di guardarla in faccia, l’avrei scelta di fronte a questo dolore, volevo raggiungere i miei bambini, i miei angeli.

Aspettai in camera mentre i medici decidevano come procedere. Non volevo nessuno accanto a me, mi limitavo a contare i quadrati in lunghezza e larghezza sul soffitto, sapevo a memoria quanti fossero per fila. Poco dopo l’ostetrica arrivò. Avevano deciso. Mi fece l’induzione del parto come da protocollo e iniziò il mio calvario, una vera tortura. Pregai che mi venissero le contrazioni in fretta, volevo che finisse tutto, volevo comunque fare un parto naturale. Qualche ora dopo sentii i primi dolori che mi provocarono un forte vomito. Mi proposero l’anestesia epidurale, per loro non aveva senso continuare a sentire dolore, io pensai che nessun malessere fisico avrebbe mai potuto superare quello psicologico di quel delicato momento. Accettai, ma l’anestesista fece ripetutamente errori tanto da provocare la rottura della dura madre che mi lasciò capogiri per oltre un mese. L’ostetrica mi visitò a intervalli regolari, odiavo essere toccata, provavo disgusto. Controllava la dilatazione per vedere se ero pronta a lasciar andare la cosa più bella che potessi sognare e che avevo tenuto in vita per 7 mesi. Ero pronta secondo lei, dovevano portarmi in sala morte. Mi coprirono con cura, avevo paura mentre percorrevo il lungo corridoio stesa su di una barella. Incontrai tante persone in attesa di abbracciare i loro figli e le loro mogli, girai la testa.

Le contrazioni erano quelle giuste, mi chiesero di spingere con tutta la forza che mi restava, lo feci. Spinsi violentemente, volevo che Ercole nascesse in fretta, speravo che si fossero sbagliati e che l’avrei sentito piangere. Mi aiutavano ripetendomi che ero forte e che ce l’avrei fatta. Sentii la sua testa uscire mentre Max mi teneva la mano. Spinsi ancora un poco e uscì il anche il piccolo corpo stupendo del mio bambino. Non pianse, smisi di sperare, non avrei mai sentito la voce di mio figlio.

Guardai Max negli occhi, era incredulo. Chiesi alle ostetriche di occuparsi di Ercole con la massima cura, mi risposero che l’avrebbero fatto come fosse il loro.

Mi portarono in una camera, quella in cui prendono posto le mamme in cielo che non potranno mai tornare a casa con il loro bambino. Ci fecero aspettare qualche minuto prima di fare l’ingresso con in braccio la nostra creatura. Lo diedero a Max. Io avevo paura, sapevo che se l’avessi visto e stretto a me avrei finito con l’amarlo troppo, non l’avrei lasciato andare. Ercole era perfetto, pesava un chilo e mezzo. Il suo viso era tondo, con occhi lunghi, un naso leggermente allargato e la stessa bocca di papà. Gli toccai le mani, aveva le dita affusolate ma la pelle non ancora perfettamente sviluppata, era troppo presto. Lo presi tra le braccia e lo baciai, con fatica, ma oggi sono fiera di averlo fatto. Facemmo alcune fotografie, che non smetto mai di guardare, l’immagine di lui sarebbe rimasta impressa nella mente ma preferisco dare ai miei occhi il permesso di farlo ogni volta che lo desiderano. Entrò in camera la mia famiglia, volevano conoscere Ercole prima di lasciarlo ai medici. Fu molto brutto separarsi.

I giorni successivi furono tremendi. Seguitava ad esserci il mio costante desiderio di morte, l’angoscia rendeva le giornate interminabili e dure da affrontare. Chiamarono un prete per darmi chissà quale conforto, di quella visita apprezzai solamente la preghiera che disse per mio figlio. Chiesi di vedere una psicologa, speravo che almeno lei potesse aiutarmi ma al contrario si oppose alle mie dimissioni, temeva una mia reazione esasperata così presto capii che non mi sarebbe servita molto. Solo Ercole poteva aiutarmi e lui non c’era più. Volevo andare a casa, scappare da quella prigione, questo avevo bisogno e questo feci.

Il rientro fu ovviamente traumatico.

La cameretta aveva tutti i mobili coperti da lunghi teli bianchi coperti da un piumone verde smeraldo, mio padre e Max avevano pensato di nasconderli in qualche modo. Scoppiai in un lungo pianto tra le braccia di mio marito. Non avevo più alcuna speranza e l’incubo non era ancora finito. Facemmo il funerale di Ercole tra lacrime e giramenti di testa. Mi sentivo come se quello sarebbe stato il momento in cui il distacco dal mio bambino sarebbe stato definitivo. Reggevamo in una mano due rose bianche io e una Max, un bouquet di fiori bianchi con una fascia su cui era scritto “da mamma e papà” poggiato sul cumulo di terra e le lacrime disperate di una mamma affranta da una vita ingiusta.

Nei giorni che seguirono ebbi la vicinanza di mio marito e della mia famiglia a cui devo tutto. Stavo cadendo in uno stato depressivo. Non mi volevo alzare dal letto prendendo come scusa i giramenti di testa. Fedele mio amico era il buio, lo stesso buio che provavo dentro di me.

Avevo ancora la sensazione che la pancia si muovesse. Era una strana sensazione che solo chi ha perso un figlio può capire. Mi sembrava che tutto ciò che era accaduto non fosse reale, ero solo finita in un brutto incubo. Alcuni giorni mi pizzicavo forte.. speravo di svegliarmi! Ma invece era tutto vero e sprofondavo nella disperazione più totale. E le domande della gente che mi vedeva senza pancia: è nato il bimbo? e le lacrime che cominciavo a sgorgare infinite dai miei occhi.

No, non si poteva, troppa sofferenza. E poi mi chiedevo perché lui? perché non me? io volevo lui. E l’impotenza che mi assaliva, la voglia di tornare indietro, il cercare un colpevole. E poi le ricerche…le statistiche… l’attesa dell’autopsia che era infinita e senza una risposta, i lunghi esami ai quali mi sottoposi.

Mio marito e la mia famiglia mi spronarono a ricominciare ad uscire,  la mamma di Max, Micaela, mi stette molto vicino e mi regalò un cane, un barboncino meraviglioso: Lenny. Così cominciai a passeggiare. Mi fece bene, smisi di chiudermi in me stessa e persi i chili presi in gravidanza che non facevano altro che riportarmi dentro ai ricordi.

Quel che trovo ingiusto è l’abbandono psicologico da parte dei medici, in questi avvenimenti, nella perdita di un figlio in grembo si è completamente soli. Io sono stata trattata benissimo in Ospedale sia dai medici che dalle ostetriche (in particolare due ostetriche deliziose Paola grazie alla quale abbiamo fatto delle fotografie ad Ercole che ora riempiono i muri di casa nostra e Maria Grazia con la sua dolcezza) che dal personale ma credo non sia sempre così e credo bisogni sempre affiancare uno psicologo in questi casi e non inviarlo quando viene richiesto. Io non ne ho avuto la necessità a parte un incontro veloce in ospedale (su mia richiesta) ma credo sia utile per alcune di noi Mamme Speciali.

Ci si deve arrangiare e ci si deve aggrappare con fermezza a quel che più ti da sollievo. Per me è stato molto importante credere in un aldilà, immaginare mio figlio come un angelo che veglia su di noi. E il dialogo con mio marito. Sì perché noi abbiamo fatto e facciamo tutt’ora una sorta di “terapia di coppia” in cui io butto fuori tutto quello che ho dentro e lui uguale e ci confrontiamo. Mio marito l’unico il solo più prezioso e stupendo Uomo che potessi desiderare. Mi è stato accanto come nessuno avrebbe mai saputo fare. Con la sua forza (che nascondeva un gran dolore) e il suo immenso Amore. Solo così sono riuscita ad andare avanti.

Adesso mi guardo allo specchio e vedo una donna forte e combattiva. Siamo stati sfortunati ma bisogna saper lottare. Nessuno di noi è a credito con la vita, bisogna sempre sperare in qualcosa di bello. Credo che la felicità vada cercata, nelle piccole o grandi cose, verrà trovata. Sono certa di avere tre angeli in cielo, quello di mia sorella Veronica e i miei bambini. I miei seni allatteranno, mio marito udirà la parola papà, giocherà a calcio con il suo bimbo e gli insegnerà a lottare nella vita proprio come stiamo facendo noi. Non riavremo colui che ci è stato tolto ma insieme, Max ed io, avremo sempre la speranza, la forza e il coraggio di vivere la nostra vita serena.

Ora abbiamo il nostro Arcobaleno Enea, è stata lunga tortuosa la strada per arrivarci ma ce l’abbiamo fatta. Ansia attacchi di panico e paura l’hanno fatta da padroni in questi nove mesi carichi di speranza… fino al 3 agosto 2016 quando con un lamento e un forte pianto è venuto al mondo il nostro principino. Abbiamo vinto!

I miei ringraziamenti vanno a Max (mio marito) il solo unico grande uomo giusto per me che amo più di tutto e tutti, mia famiglia (Ermes ed Ornella i miei genitori, sempre pronti a supportarmi ed amarmi; Massimo mio fratello, che ha ascoltato ed ancora ascolta le mie paranoie; Mauro mio fratello con Simona; Pierre Tobia e Lenny, i miei super cagnolini che senza parlare ti stanno stare più vicini degli essere umani; Micaela mia suocera, Laura e Monica mie Super Amiche e Crystal mia nuova amica accumunata a me dalla stessa tragedia.”


Non tutti capiscono. La storia di Mary e Matteo

Ci sono storie dal sapore amaro, in cui è la solitudine a farla da padrona, in cui non c’è comprensione, non c’è ascolto, non c’è accoglienza. Forse mancano gli strumenti per capire, forse manca la volontà di farlo, forse è tutto talmente difficile da sembrare inconcepibile.

Ci sono storie in cui una mamma vive la perdita della sua famiglia di domani, il suo bambino, e si trova abbandonata anche dalla tua famiglia di ieri, i suoi genitori.

Questa è la storia di Mary, che nonostante tutto va avanti.

“Sono Mary, ho 18 anni e il 01 maggio 2016 il battito di mio figlio Matteo si è spento.

Tutto iniziò il 28 marzo 2016: ero in ritardo di 24 giorni, avevo atteso e atteso, ma il ciclo non si era presentato.. così decisi di andare in ospedale a fare un test di gravidanza.
Alle 2 andai a ritirare l’esito: positivo.
In quel momento con me c’era il suo papà e c’è stato sempre, anche se ora non stiamo più insieme .
Ero felice, avevo mille dubbi, mille pensieri, ma ero felice e lo era anche lui. 

La stessa sera decisi di dirlo ai miei: dovetti prendere tutto il coraggio che avevo, ma volevo farlo e glielo comunicai. I miei genitori volevano farmi abortire, ma io non volevo, amavo già mio figlio da allora.  Mi sentivo tradita, mi sentivo abbandonata. 
Me ne andai di casa, andai a casa di mia suocera che mi ospitò. Solo i miei suoceri erano contenti della mia gravidanza.

Due giorni dopo andai a fare la beta e risultò che ero incinta di 11 settimana+5 giorni. Ero spaventata; mia mamma era arrabbiata, mi disse che mi odiava e che ero solo una puttana; stavo malissimo.
Nel frattempo andai alla prima visita, ero a 12+5, mi dissero che il bimbo stava bene ma era posizionato di lato.
I giorni passavano e mia mamma continuava ad insultarmi, arrivò anche ad alzarmi le mani. Mi sentivo come se fossi una sbaglio umano.. eppure anche mia mamma è diventata mamma a 17 anni e lei lo aveva tenuto nascosto ai miei nonni fino al 6 mese.. però lei diceva che i suoi erano altri tempi e che per me era una cosa diversa. Non capivo e non mi sentivo capita. Soffrivo per questa situazione.

Io venivo trattata così e mi angosciavo, ma il mio piccolo era forte, lui cresceva e stava bene; il 27 aprile mi comunicarono che al 75% era un maschio: ero felicissima, davvero, una felicità così immensa che non si può descrivere… ma questa felicità è durata ben poco.

Il 30 aprile incominciai a perdere sangue e, spaventata, mi recai in ospedale; mi fecero un’ecografia e mi dissero che era normale, che era tutto a posto.. Non ero convinta.
Presi tutto il coraggio che avevo e andai insieme al mio fidanzato in un altro ospedale a 35 km di distanza da casa mia; lì furono più attenti, mi trovai benissimo; mi dissero che avevo un lieve distacco di placenta e mi ricoverarono. Rimasi in ospedale tutta la notte e poi mi rimandano a casa. Ma io stavo peggio, sempre peggio. Avevo dei dolori forti, sempre più forti. Tenevo duro, ma sentivo che qualcosa non andava.

In serata ritornai in ospedale, mi ricoverano e alle 23:33 del 01.05.2016, mentre parlavo con il padre, mi comunicarono che il battito del mio Matteo non c’era più. Mi sono sentita male, stavo male dentro, nella mia testa “dicevo perché proprio io? Dio perché proprio me?”. Tante domande ,nessuna risposta.

Mi indussero il parto. Prima provarono con 2 dosi di gel ma non funzionò; poi fu la volta dell’ossitocina, ma niente: il collo rimaneva chiuso. Il mio bambino rimaneva dentro di me.
Decisero di farmi fare il cesareo perché il fisico ne stava risentendo, pativo ed ero uno straccio. Chiesi di vederlo: era un fagiolo, ma era il mio fagiolo; lo vidi, lo volevo tenere stretto a me, ma non potevo.

Mi sentivo sola, non ho avuto nessun conforto da parte della mia famiglia, così mi sono chiusa in me stessa.

Non ho avuto supporto da chi avrebbe dovuto starmi vicino, avrei voluto sentirmi capita, avrei voluto qualcuno che mi capisse e che accogliesse il mio dolore.”

articolo 6

 


La gravidanza è, in genere, un momento che unisce le famiglie: insieme si aspetta, insieme si gioisce, insieme si immagina.

Quando il bambino che si stava aspettando muore, però, spesso le famiglie si sgretolano, si allontanano, non sanno essere di supporto. Non riescono a condividere questo risvolto della gravidanza, non riescono a continuare con i genitori in lutto questo percorso che, fino a un momento prima, era la gioia di tutti.

Ci sono famiglie, invece, che sanno rimanere unite. Sanno ascoltarsi, accogliersi, sostenersi. Sanno chiudersi in un abbraccio attorno a chi soffre, per rendere appena un pochino più lieve quel dolore e per far sentire il calore della presenza anche in un’assenza così tremenda, come quella di un figlio che non c’è più.

Ecco la storia di Daniela, del suo Travis e della sua famiglia, che non l’ha lasciata sola.

“Mi chiamo Daniela, ho 22 anni e questa è la storia del mio piccolo angelo…

Dopo 5 giorni di ritardo, il giorno di San Valentino andai a comperare un test di gravidanza.

Era il 14 febbraio 2016, lo feci e… risultò positivo!

Sentivo come se mi stesse scoppiando il cuore dalla felicità.

A 9 settimane ebbi un distacco di placenta: dovetti stare per tre settimane senza muovermi, ma all’ecografia di controllo tutto era tornato a posto. Il mio bambino era un bel maschietto!

La felicità in quella stanza era tanta, troppa!  Mio marito era contentissimo, cominciò a fare telefonate per comunicare che tutto andava bene e che ci sarebbe stato un fiocco azzurro: c’era in arrivo il mio piccolo TRAVIS.

Dopo quell’inizio difficile, tutto andava bene. Anche alla morfologica, ogni nostra preoccupazione era stata cacciata via.

A 20 settimane mi ritrovai con un dolore al fianco destro e febbre alta; corsi al pronto soccorso, dove mi ricoverarono d’urgenza per un’infezione al rene. Io ero preoccupatissima, più per il cucciolo che c’era dentro di me che per me stessa… chiesi se la situazione fosse pericolosa per il mio bambino, ma mi dissero “no signora, è pericoloso per lei”. Abbiamo combattuto sempre insieme, io e il mio guerriero, e dopo un paio di settimane tutto si era sistemato. Andavamo avanti, ancora, nonostante tutto.

Ero quasi a 22 settimane, quando un giorno mi accorsi che non sentivo muovere il mio cucciolo. In un primo momento mio marito mi tranquillizzò, mi disse: “starà riposando”; il secondo giorno mia mamma mi disse: “sarà perché è cresciuto e lo percepisci meno”;  il terzo giorno ascoltai il mio istinto da mamma: sapevo che c’era qualcosa che non andava.

Era il 18 luglio, giorno in cui iniziava il 6 mese. Andai con mia mamma e mia cognata a fare un ecografia per vedere…appena il medico mise la sonda, guardai il monitor. Subito dissi al dottore “non c’è battito, vero?”. Con una faccia disperata lui mi guardò e disse solo: “mi dispiace”….

Gridai forte, come non ho mai urlato in vita mia.

Un dolore allo stomaco, al cuore. Lancinante. Mi sentivo strappare il cuore dal petto.

Abbracciai mia mamma forte dicendo “perché mamma? perché Dio mi ha fatto questo?”. Lei pianse tanto insieme a me, non mi rispose, mi accarezzava.

Chiamarono mio marito e lui di corsa venne da me. Mi guardò e cominciò ad abbracciarmi, piangendo. Prendeva a calci tutto ciò che lo circondava. Poi arrivarono mia sorella, mio fratello, tutti. Tutti volevano esserci vicini. Tutti avrebbero voluto poter alleviare il nostro dolore.

Chiesi al dottore se potessero farmi un cesareo perché già avevo un dolore enorme dentro e il pensiero di partorire il mio bambino morto…non potevo, non riuscivo. Ma non era possibile, sarei potuta morire perché ero di 6 mesi e rischiavo un emorragia.

Mi indussero il parto.

Dopo quasi 2 giorni, il 20 luglio, di sera, il dolore era insopportabile. Ad un controllo la dottoressa mi disse che eravamo a 6 cm; neanche il tempo che lei uscisse dalla stanza e cominciai ad urlare. Corremmo alla sala parto. Piangevo. Le dissi: “oddio sta uscendo”. Diedi una sola spinta ed ecco: sentii il vuoto. Mia mamma era lì con me.

Piansi, piansi tanto. Vennero i miei fratelli e mio marito, mi abbracciarono forte. 

Tornai a casa ed era vuota; senza più il mio principe dentro di me, il mio cuore era rimasto con lui; era come se fossi vuota: c’era il mio corpo, ma io non cero più.

I miei famigliari non mi lasciarono un minuto. Facevano di tutto per non farmi pensare, perché tutti i miei dubbi e il mio dolore non mi assalissero. Mio marito stava sempre a fianco a me; io lo offendevo, dicevo: “vattene, non voglio più stare con te!”; lo insultavo come se fosse stata colpa sua. Lui, anche se aveva solo 22 anni si comportò come un vero uomo: mi diceva “so che non sei tu a parlare, so che è la rabbia. Sfogati, prendimi a pugni, non mi interessa. Io non ti abbandono…”.

Sono passati 6 mesi. Da allora mi sono legata più che mai a mio marito, so che mi ama infinitamente. E so che la mia famiglia non mi abbandonerà mai.

TRAVIS ogni giorno è sempre con me, mi dà dei segnali che solo io percepisco, gli do sempre la buona notte e lui sa che anche se è in cielo, lui sarà sempre dentro me fino a quando ci rincontreremo…ora sono in attesa del mio bimbo/a arcobaleno pensavo non potessi più avere figli perché lui lo avevo desiderato così tanto e arrivato dopo 3 anni invece dopo 3 mesi test positivo penso sia stato il mio angelo a desiderare un fratellino o una sorellina perché lui sa che anche se avrò un altro bambino/a la mamma lo amerà sempre allo stesso modo”.


Ogni giorno, dopo aver perso un figlio, si parla con lui, si cerca nelle pieghe della propria vita un dettaglio della sua presenza. Piano piano si riesce a trovargli un posto dentro di sé, ed è da lì che lui sa dare la forza di andare avanti.

Mamma Rosa con le sue parole racconta come, pur essendo stata investita dal gelido inverno con la perdita della sua Malaika, sente che la sua bambina le regala meravigliosi fiori primaverili ogni giorno. E per lei vive ogni giorno, sapendo che la sua bambina vive in lei e sapendo che prima o poi la rincontrerà.

I figli riscaldano l’anima, anche da lontano.

“Malaika, mi sorprendo a pensare che l’inverno è già a metà del suo cammino.

Ai miei passi ha intrecciato i suoi di bianco freddo.

Come un velo copre la natura… dorme!

Si risveglierà .

Ma a te, Malaika, la primavera non ruberà il sonno, non dagli occhi tuoi.

Ed io resterò qui, tuffandomi nel colore del cielo più azzurro

che di te ha più conoscenza di me.

Sento l’ odore della vita da quei fiorellini che mi hai piantato dentro.

Ne perdo i petali ogni giorno ma ad ogni alba li sento rifiorire. E sono colorati.

Sei tu che di notte assopisci il mio tormento per la mancanza che ho di te…

m’innaffi come fossi un giardino di piante sempre verdi.

Ho scorto un’altalena e da lì ti cullo

Cantandoti della bellezza impressa in ogni goccia che bagna la mia vita.

Ci rincontremo lì.

E sarà il mio ultimo inverno a sorprendermi ancora una volta.

Intreccerà i miei passi ormai stanchi

Accarezzerà i miei capelli di bianco riflessi.

Sarai tu a rubarmi il sonno dagli occhi?

Sarà già estate, con te. Ma questo lo sai già.”


Eccole lì: due lineette su un test di gravidanza annunciano l’arrivo di una nuova vita. Due persone, incredule, si trovano in un attimo catapultate in questa nuova realtà: sono genitori di quel puntino. Si preparano ad affrontare nei prossimi mesi una metamorfosi meravigliosa e difficilissima: da uomo e donna nasceranno una mamma e un papà in piena regola.

Sono un po’ spaventati: sanno che avranno tra le mani una responsabilità enorme, sanno che nessuno potrà dare loro il libretto di istruzioni su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, sanno che anche facendo del loro meglio a volte sbaglieranno.. e ne hanno una gran paura. Ma sono anche felici, incredibilmente felici: sanno che faranno il possibile per crescere questo bambino nel modo migliore, sanno che cercheranno di dargli tutte le possibilità affinché possa essere felice.

Hanno messo in conto tutte queste difficoltà, ma di certo non si aspettano di doversi confrontare con una possibilità tanto tragica e dolorosa come la scoperta di una malformazione nel proprio bambino.

Così si trovano, d’un tratto e senza preavviso, in una realtà parallela, in cui spesso vengono date poche spiegazioni, il tempo è tiranno, e loro devono decidere così su due piedi cosa fare del loro bambino. E si affollano nella loro testa milioni di domande, che difficilmente trovano risposta… Un po’ perché non c’è, un po’ perché in questi casi tutti sono poco compiacenti, tutti sembrano avere paura di spiegare.

“Ma siete sicuri?”

“Ma cosa succederà se portiamo avanti la gravidanza?”

“Chi si prenderà cura del nostro bambino se avrà grosse difficoltà e ad un certo punto noi non ci saremo più?”

“Cosa significa avere questa patologia?”

“Quanto tempo abbiamo per decidere?”

Poco, il tempo generalmente è poco. E per il resto nessuna certezza, poche spiegazioni (la maggior parte delle quali in “medichese” – ovvero la lingua dei medici, incomprensibile ai comuni mortali). Spesso alle poche spiegazioni si accompagnano punti di vista personali, che ingarbugliano ancora di più la possibilità di prendere una decisione tanto delicata.

“Signora, io non lo terrei proprio…!”

“Ma mica vorrete abortire.. la vita è sempre vita”

“Se lo tenete sarà un mostro.. non potrà mai vivere una vita normale”

“Fate voi, ma in questo ospedale siamo tutti obiettori”

Il tempo scorre, le emozioni prendono il sopravvento, è praticamente impossibile essere lucidi. Tutto sembra un incubo, un terribile incubo. E qualsiasi decisione sembra essere quella sbagliata.

I due genitori si fermano un momento, ci pensano, cercano di trovare una risposta. E poi, decidono. Si accollano questo destino terribile, si mettono sulle spalle questo peso enorme, si riempiono il cuore di questo gigantesco dolore e decidono. Saranno loro a soffrire, non il loro bambino. Saranno loro ad affrontare gli sguardi impietosi e colmi di giudizio della gente, non il loro bambino. Saranno loro a prendere questa decisione straziante, a lasciar andare il loro bambino pur di non vederlo affrontare una vita difficile, che già è complicata così com’è, figuriamoci se sei diverso, o peggio se sei malato.

L’interruzione terapeutica di gravidanza ha un nome che di per sé è già un controsenso: le terapie curano, l’itg lascia solo il vuoto. Il vuoto nella pancia, il vuoto nel cuore, il vuoto nel futuro.. Il vuoto intorno, perché nessuno sembra capire.

“È stata una vostra scelta, quindi perché soffrite?”

“Lo avete deciso voi, avete ritenuto che fosse la cosa più giusta.. Non si può stare male se si fa la cosa giusta”

“Non so davvero come abbiate potuto….”

E intanto anche dentro, nelle viscere di quei due genitori, rimangono solo tanti dubbi, tanto dolore. “Chissà perché proprio a noi… Chissà cosa sarebbe stato… Chissà se abbiamo fatto bene.” E tutto questo dolore, spesso, è costretto a rimanere inespresso, coperto sotto a quintali di sensi di colpa, nascosto dietro alla vergogna che gli altri instillano dentro di loro.

Il dolore è dolore. Nessuna scelta è più giusta di un’altra: ogni decisione è personale. Non c’è più o meno dignità nella scelta di tenere o lasciar andare il proprio bambino malato. Ognuno ha la propria storia, le proprie motivazioni.. E in ogni caso vanno ascoltate, accolte, non giudicate.

I genitori sanno che devono prendere spesso decisioni difficili, che non lasciano spazio alle possibilità perché vanno prese, così alla cieca, sapendo che per amore dei loro bambini dovranno rimanere loro, per sempre, col dubbio di “come sarebbe stato se…”.

Dott.ssa Giulia Schena


Ci sono storie difficili. Sono difficili da vivere, difficili da raccontare, difficili da comprendere, ma ahimé sono facili da giudicare. Non si riesce a guardare al di là di qualsiasi pensiero, di qualsiasi pregiudizio, di qualsiasi idea, per vedere semplicemente il dolore.

Il dolore, enorme e sconfinato, di un Genitore, che si trova a dover prendere una decisione, senza sapere come andrà a finire. Un Genitore che, qualunque cosa decida, lo fa mettendo al primo posto la felicità del suo bambino e tenendo per sé il suo sconforto, spesso combattendo anche contro i giudizi, i moralismi e la mancanza di accoglienza di chi sta intorno.

Elena è uno di questi Genitori, e Alessandro è il suo adorato bambino.

“Mi chiamo Elena. La storia mia e della mia famiglia comincia il 20 luglio 2015.

È il compleanno di Giulio il nostro secondogenito, abbiamo finito la  festa con amichetti mamme e parenti. Sono quasi le sette di sera. Fa caldo ci siamo divertiti tanto con la piscina in giardino. Prendo il telefono, lasciato tutto il giorno in disparte perché con i decibel pari ad un concerto di Vasco risultava difficile sentirlo.

Controllo .

Due telefonate da un numero che non conosco.

Penso che se hanno bisogno, richiameranno.

Ed ecco che ricompare il numero fino a quel momento sconosciuto.

È la dottoressa che, insieme al mio ginecologo, mi ha eseguito l’amniocentesi il 30 giugno.

Mi dà la notizia che separerà per sempre le nostre esistenze in due parti: una prima e una dopo ciò che è successo. Cerca di essere diplomatica, ma non le viene facile perché dire che mio figlio è portatore della trisomia 21 non dà spazio a parole diplomaticamente edulcorate.

Ero ferma in macchina con Giulio di 6 appena compiuti e Lucrezia di 7. Cerco di mantenere il controllo ma non è facile capiscono che qualcosa non funziona come dovrebbe per il loro fratellino, quel piccoletto che abbiamo deciso si chiamerà Alessandro.

Da una parte la dottoressa che parla, ma non la sento più; dall’altra i bambini che mi fanno domande, ma non riesco a rispondere.

Il tempo per decidere se continuare o interrompere la gravidanza è di poche ore perché se decidessimo per fermarla ci dovremmo recare subito in ospedale. Avevamo si parlato già in precedenza di cosa avremmo voluto fare nel caso ci fossero stati dei problemi, ma ora ci troviamo di fronte ad una dura realtà ed è tutto diverso, tutto più difficile.

Siamo addolorati, preoccupati, frastornati. Decidiamo che non porteremo avanti questa gravidanza desiderata.  La trisomia 21 non è come le altre malformazioni: è cattiva, perché sei consapevole che tuo figlio è compatibile con la vita ma quando tu e tuo marito che sarete oltre la quarantina e comincerete ad essere affaticati, o quando  non sarete più in questo mondo, che ne sarà di lui? Chi se ne prenderà cura? I fratelli? Forse, ma avranno la loro vita con cui lottare… La società? Basta essere normali omosessuali o in sovrappeso x essere emarginati. Non ce la sentiamo proprio di mettere questo peso sulle spalle al nostro Alessandro, e andiamo in ospedale.

Colloquio con lo psichiatra. Mi chiede perché non vogliamo andare avanti. È la prassi. Lo fisso negli occhi, con occhi gonfi di lacrime trattenute. Rispondo e iniziamo la “procedura”. Ingoio tre pasticche ed è l’inizio della fine. Non vorrei farlo ma non vedo altra via d’uscita. Sto ricoverata, ci hanno assegnato una camera singola lontano dal reparto delle nascite. Trascorrono le ore, i pensieri affollano le menti e le intasano. Sogni infranti , progetti che non porteremo a termine…. Vorrei buttarmi dalla finestra a pancia sotto e morire con mio figlio, ma a casa ho il resto della famiglia che mi aspetta e che sta soffrendo con me. Inizia il travaglio. Non è lungo, il mio utero sa come sia fa a far nascere bambini. Il dolore non lo voglio questa volta perché non porterò a casa mio figlio. Chiedo medicinali.  Sono le tre del pomeriggio e dico a mio marito di uscire a mangiare, sono ore che non lo fa. In quei pochi istanti mi accovaccio per cercare di alleviare il dolore e sento il bisogno di spingere.

Nasce il mio Alessandro. Piccolo , bello … Sul pavimento.

Urlo con tutto il fiato che mi resta. Accorrono per aiutarmi.

Tremo, piango… Chiedo di poterlo salutare, lo hanno avvolto nel lenzuolino azzurro che avevo portato per lui.

Gli accarezzo la manina destra e lì il mio cuore muore. Alessandro è vivo. I medicinali non avevano fermato le funzioni gravidiche. Perché un destino tanto crudele per mio figlio?   

Mi rendo conto, oggi, che avrei voluto avere più informazioni, sapere meglio cosa fare dopo aver deciso di percorrere la strada dell’interruzione, per arrivare più preparata e consapevole sui metodi, su quello che accade, ma anche e soprattutto sul percorso da fare per chi voglia dare sepoltura alla propria creatura. Se avessimo affrontato questo seppur scomodo argomento con la mente più lucida non avremmo firmato x lasciare in ospedale Alessandro.

Ho deciso di raccontare questo vissuto con la sincera speranza di essere d’aiuto a Mamme come me, per far sentire che non sono le sole ed uniche a vivere il  dramma dell’aborto terapeutico del quale troppo poco si parla. Subentra nelle mamme la paura di essere giudicate e non comprese nel dolore. Quando a volte scrivo un post le risposte arrivano da chi ha scelto di portare avanti come a dire che sono più bravi e più forti di noi che abbiamo fatto la scelta opposta. Serve sostegno e comprensione, ci sono mamme che hanno il timore di uscire allo scoperto e non è giusto. Il dolore è dolore.”


Perdere un figlio nel primo trimestre di gravidanza è una cosa che accade spesso, molto spesso, incredibilmente spesso. E nonostante questo è una cosa di cui si parla poco e che è tenuta pochissimo in considerazione.

La definizione stessa di “lutto perinatale” in linea teorica non tiene conto di questa eventualità (tecnicamente, infatti, si considerano le perdite che avvengono tra la 27a settimana di gravidanza e i 7 giorni dopo il parto). Come se perdere il proprio figlio solo poco tempo dopo averlo incontrato sulla propria strada non dovesse essere doloroso.

“Capita spesso”, si dice; “Non sei né la prima, né l’ultima”.

“Cosa vuoi che sia?!”, si apostrofa; “Non avevi nemmeno fatto in tempo a renderti conto di essere incinta”.

Anzi, spesso non si dice proprio nulla, perché nemmeno si sa che quella ragazza, quella nostra amica, quella nostra collega, quella nostra conoscente, fosse in dolce attesa. Il tabù della perdita precoce, infatti, impone spesso e volentieri di non dire a nessuno che si è incinte, di non parlarne, di fingere che tutto sia uguale a sempre.

E invece nulla è uguale a sempre: dentro quel ventre, ancora discreto, si fa strada una nuova vita; dentro quelle teste, quelle della mamma e del papà che custodiscono la notizia del futuro arrivo, si fanno strada immagini, sogni, progetti; dentro quegli occhi, che a ben vedere sono più luminosi e sognanti del solito, si fa strada la nuova consapevolezza che tra poco ci sarà una creatura in più.

Poi, d’un tratto e senza preavviso, tutto si interrompe. E la pretesa è che quello che all’apparenza era rimasto proprio come sempre, ci torni in fretta ad esserlo davvero: ripiegare in fretta e furia tutti i sogni e rinfilarli alla rinfusa nel cassetto, una pietra sopra alle illusioni e via andare. Come se la genitorialità fosse un qualcosa che si può accendere e spegnere con un interruttore: si spegne il battito del tuo bambino e devi pigiare velocemente sul tasto “OFF” della tua sensibilità.

Probabilmente il tabù più difficile da combattere è proprio quello di non raccontare dal primo giorno le gioie associate alla propria gravidanza e la sensazione di sentire sé stessi che, dopo il primo istante trascorso increduli davanti alle due lineette sul test di gravidanza, piano piano ci si trasforma in qualcosa di nuovo: in un genitore. Forse basterebbe avere più consapevolezza di quanto in ogni singolo attimo trascorso con quel puntino minuscolo nella propria vita corrisponda ad un enorme cambiamento, per accogliere con più attenzione e accortezza il dolore della sua perdita.

Poi c’è il muro dell’indifferenza e della superficialità da abbattere: un muro che fa pensare alle persone che banalizzare, minimizzare, glissare e andare velocemente oltre sia il modo giusto per affrontare un aborto spontaneo. E per questo c’è bisogno di fare cultura: le persone devono essere spinte e invitate a riflettere su quanto una stupida frase buttata là con poca attenzione, possa acuire un dolore già molto forte e possa far sentire inadeguati, quasi un po’ “pazzi”, in un momento in cui si vorrebbe solo sentirsi accolti.

Ecco quali sono, spesso, i vissuti e i pensieri di un genitore che perde il suo bambino all’inizio della gravidanza: pensa di essere sbagliato, pensa che sia assurdo starci male, pensa che dovrebbe essere subito pronto a rimettersi in pista e a lasciarsi tutto alle spalle… pensa, semplicemente, che non dovrebbe pensarci più. E invece continua a pensarci, si chiede come sarebbe potuto essere, si chiede se ha sbagliato qualcosa.

Sentirsi così in balia delle proprie emozioni, che si vorrebbero reprimere, ma senza riuscirci, è probabilmente uno dei fattori che può rendere più complicata l’elaborazione di questo lutto. E parallelamente, l’imporsi di non pensarci più e di fingere che non sia mai accaduto, congela la possibilità di integrare quest’esperienza nella propria vita, dandole uno spazio e un significato che permetterebbe di sentirla come meno emotivamente pesante.

Se hai perso un figlio nel primo trimestre non sentirti strano, non sentirti pazzo nel provare dolore e non accettare che ti venga chiesto di non pensarci più e di non parlarne più, piuttosto cerca uno spazio in cui essere accolto.

Se un tuo amico/familiare/conoscente ha subito un aborto spontaneo, non minimizzare, non dare per scontato che debba passare in fretta nel dimenticatoio; piuttosto offriti di dare ascolto, chiedi che ti venga raccontata la sua esperienza e fà sì che le sensazioni di cui sei reso parte ti aiutino a capire quanto può essere dura.

Dott.ssa Giulia Schena

 


Perdere un figlio in epoca gestazionale precoce, spesso, è un lutto totalmente ignorato e sottovalutato. Il fatto che la possibilità di perdere un figlio nel primo trimestre di gravidanza sia statisticamente molto alta, fa sì che si tenda a pensare che questa perdita non sia dolorosa, anzi per essere più precisi che non debba esserlo. Capita molto frequentemente, dunque, che chi circonda un genitore addolorato per un aborto spontaneo avvenuto all’inizio della gravidanza, lo faccia sentire “sbagliato”, “insensato”… un po’ “pazzo”.

Questa è la storia di Sara, che ha amato il suo bambino dal primo istante e per la quale perderlo, seppur molto presto, è stata una grande ferita… Acuita dal giudizio della gente e dalla pretesa che dimenticasse in fretta, mentre invece lei non dimenticherà mai.

articolo 2

“Ti avevo preparato un posto nel mio cuore, ancora prima di sapere di aspettarti. Ho passato tanto tempo a cercarti ed inseguirti, ma non ti trovavo mai. 

Poi finalmente un giorno hai deciso di venire ad abitare nella mia pancia, e da quel momento il mio cuore ha iniziato a battere più forte. Ti sentivo già fra le mie braccia, immaginavo il tuo volto, i tuoi lineamenti. Ti vedevo bambina, con gli immensi occhi azzurri di tuo padre e i tratti del mio volto. Conoscevo già il tuo nome. Pensavo alle tue prime buffe espressioni, alle tue prime parole, ai tuoi primi passi, alle corse e alle ginocchia sbucciate, al Natale e alle vacanze al mare, noi tre insieme, alla gioia che avrebbero provato i tuoi nonni quando ti avessero conosciuto. Ai tanti momenti felici che avremmo condiviso durante la nostra vita.

Ogni momento di quei fantastici giorni era un sogno ad occhi aperti, ti sognavo tanto e non vedevo l’ora di poterti tenere fra le braccia. 

Il sogno di te però si è infranto presto, troppo presto. 

Al secondo mese di gravidanza hai abbandonato la mia pancia, ma non il mio cuore.

Da quel giorno la mia vita è cambiata per sempre. Ho vagato nella nebbia del dolore e della disperazione, mi sono ritrovata a un passo dell’abisso. Per me non aveva importanza più niente. Non avrei mai potuto tenerti fra le braccia, non avrei mai visto il tuo volto, i tuoi occhi, il tuo sorriso. Non ho avuto nemmeno il tempo di sapere se eri veramente la bimba che pensavo saresti stata. 

Ho trovato il coraggio di rialzarmi… non so come ma ce l’ho fatta, nonostante l’indifferenza e l’incomprensione di molte persone che pensavano che tu non fossi niente, perché eri solo un puntino in un’ecografia. 

Ma per me e per tuo padre tu eri già tutto.

Quante parole sono arrivate come coltellate in quel periodo, nel quale dovevo fare i conti con il fatto di averti perso per sempre. “Eri incinta solo di poche settimane, pensa se succedeva più avanti, non sarebbe stato peggio?”; “Perché piangi? Ne farai un altro”; ” Si sa, le prime gravidanze molto spesso finiscono in aborto spontaneo, non sei mica l’unica a cui è capitato” e così via…

Ho incassato anche questo, perché la tua mamma è forte, molto sensibile, ma forte. Sono andata avanti e vado avanti senza di te. È dura ma ce la sto mettendo tutta.

So che adesso abiti nell’infinito, oltre che nel mio cuore. So che un giorno potrò finalmente tenerti fra le braccia ed è questo che mi dà forza per affrontare ogni nuovo giorno.”


Ad attendere un figlio, di solito, si è in due. In due lo si è concepito, in due si è scoperta la sua esistenza, in due si è cominciato a fantasticare. Ognuno dei due, però, vive questa attesa a modo suo, con le proprie aspettative, con il suo modo di investire sui cambiamenti fisici, emotivi, sociali, organizzativi che un figlio porta con sé.

Quando quel figlio, inaspettatamente e dolorosamente, si spegne nel grembo della sua mamma o manifesta malformazioni tali da indurre la coppia a scegliere di interrompere la gravidanza, a vivere il lutto per la sua perdita si è, sempre e comunque, in due.

Nella coppia, però, la sofferenza e l’elaborazione del lutto spesso si manifesta in maniera molto differente tra i due partner e questo può avere un forte impatto sull’organizzazione della coppia e sull’evoluzione del rapporto.

La perdita di un figlio, infatti, può portare ad una maggiore intimità, a maggiore condivisione e ad un avvicinamento tra i due partner, che si sentono forti del proprio legame e che cercano ognuno il supporto dell’altro, offrendo il proprio allo stesso tempo. In altri casi, però, il risvolto di questo evento doloroso è il contrario: la coppia si fa meno solida, tra i due si instaura una maggiore lontananza emotiva e fisica, ognuno fatica a percepire l’altro come un sostegno e, spesso, ci si recriminano le differenti reazioni e ci si trova a non riconoscersi più, a litigare sempre più spesso e, a volte, a separarsi definitivamente. In queste situazioni, al dolore per la perdita e per lo svanire dei progetti genitoriali, si somma quello per lo sgretolarsi della vita di coppia e delle prospettive fino a quel momento costruite insieme.

Innanzitutto è importante considerare che il fatto di vivere diversamente il lutto è assolutamente normale, sia perché ognuno ha le proprie modalità di esprimere il dolore, sia perché i vissuti in questo particolare tipo di lutto sono generalmente molto differenti: la donna ha un legame fisico, viscerale con il bambino, lo ha portato dentro di sé, lo ha partorito, ha percepito il proprio corpo cambiare con lui e per lui; l’uomo, invece, ha potuto vivere la propria transizione alla paternità solo mentalmente, attraverso i sogni e le aspettative, e ha potuto conoscere quel bambino solo attraverso la madre, quindi spesso si sente meno autorizzato a soffrire per la sua perdita. Inoltre la nostra cultura tende a spingere a pensare che un uomo crei un reale legame con il proprio figlio solo dopo la nascita e questo pensiero ha un forte impatto sia sulle percezioni dei padri (che spesso evitano un eccessivo coinvolgimento emotivo, per non sentirsi “strani” o “assurdi”), sia su quelle delle madri (che spesso credono che il proprio partner non sia legato quanto loro al bambino che hanno in grembo e, di conseguenza, leggono “automaticamente” i suoi comportamenti in virtù di questo pensiero).

Si deve anche tenere presente il fatto che tendenzialmente gli uomini cercano di non far trasparire i propri sentimenti, soprattutto se sono forti ed intesi, per evitare di mostrare una debolezza. Nondimeno anche chi sta intorno alla coppia spesso non si prende la briga di chiedere al padre come si senta dopo aver perso il proprio bambino, dando per scontato che le sue manifestazioni emotive siano esigue e di minore importanza rispetto a quelle della compagna. Il padre spesso si tuffa nel lavoro o in attività pratiche, facendo così pensare alla compagna di non essere sofferente, di aver già dimenticato, di non provare interesse e nostalgia per il bambino che non c’è più. Spesso, anzi, sono i papà stessi a negare la sofferenza, a prenderne le distanze e ad imporsi di non pensarci… Ma è molto difficile che queste reazioni, estremo tentativo di difendersi dal dolore, vengano correttamente interpretate come tali.

Gli uomini, dunque, possono mostrarsi o disinteressati (scatenando l’odio e il rancore delle proprie compagne) o solerti e oltremodo disponibili nell’essere di aiuto e di sostegno alle donne al loro fianco (le quali possono così dimenticare di badare al dolore che anche i loro partner provano).

La cosa migliore sarebbe che ognuno si sentisse libero di esprimere il proprio dolore come meglio crede e sente, agendolo e vivendolo senza “paletti” e senza dover sottostare a nessuna “regola predefinita”: in questo modo ognuno avrebbe i suoi momenti per sostenere e quelli per essere sostenuto, così come i momenti per poter vivere in solitudine le proprie emozioni, senza il rischio di apparire distaccato.

Ci vuole molta tolleranza, pazienza e fiducia per evitare una rottura. È importante che nessuno giudichi l’altro, che non ci si trovi a pensare che lui/lei sta sbagliando nelle sue reazioni solo perché sono diverse dalle proprie e che, comunque vada, si trovino dei momenti e degli spazi di condivisione, in cui, semplicemente, raccontarsi reciprocamente, senza aspettarsi le valutazioni, i consigli o i pareri dell’altro, ma cercando solo di offrirsi ascolto ed accoglienza.

Quando la coppia si rende conto che il rancore, le differenze, la gestione della situazione sta creando un allontanamento e delle fratture troppo grandi, è bene prendere in considerazione la possibilità di farsi dare una mano: cercare un terzo punto di vista, un modo diverso di leggersi e di accogliersi può essere molto utile ad attenuare le divergenze. Questo aspetto è molto importante, anche perché va considerato il fatto che, talvolta, i litigi e le recriminazioni sono solo un modo per sfogare il dolore e per evitare di concentrarsi sul vissuto di perdita: questo può anche mettere a repentaglio una sana elaborazione del lutto, che rimane nascosto dietro alla questione della relazione di coppia.

A volte, nonostante tutti gli sforzi, è comunque possibile che la coppia si divida, perché l’esperienza traumatica della perdita di un figlio può effettivamente cambiare le premesse e le prospettive di una persona, rendendole incompatibili con quelle del partner. Anche in questo caso, però, sarebbe bene non abbandonarsi all’odio e al risentimento: ognuno ha la propria storia, il proprio modo di reagire, le proprie risorse per affrontare i momenti difficili… E se in un momento così complesso non vi è corrispondenza tra le possibilità dei due partner, non è una colpa, né una volontà di ferire. È importante concedersi di vedere le cose semplicemente per quello che sono: ce l’abbiamo messa tutta, ma è andata così.

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Dott.ssa Giulia Schena