Al di là dei giudizi, una scelta d’amore: la storia di Elena e Alessandro.

articolo 3

Ci sono storie difficili. Sono difficili da vivere, difficili da raccontare, difficili da comprendere, ma ahimé sono facili da giudicare. Non si riesce a guardare al di là di qualsiasi pensiero, di qualsiasi pregiudizio, di qualsiasi idea, per vedere semplicemente il dolore.

Il dolore, enorme e sconfinato, di un Genitore, che si trova a dover prendere una decisione, senza sapere come andrà a finire. Un Genitore che, qualunque cosa decida, lo fa mettendo al primo posto la felicità del suo bambino e tenendo per sé il suo sconforto, spesso combattendo anche contro i giudizi, i moralismi e la mancanza di accoglienza di chi sta intorno.

Elena è uno di questi Genitori, e Alessandro è il suo adorato bambino.

“Mi chiamo Elena. La storia mia e della mia famiglia comincia il 20 luglio 2015.

È il compleanno di Giulio il nostro secondogenito, abbiamo finito la  festa con amichetti mamme e parenti. Sono quasi le sette di sera. Fa caldo ci siamo divertiti tanto con la piscina in giardino. Prendo il telefono, lasciato tutto il giorno in disparte perché con i decibel pari ad un concerto di Vasco risultava difficile sentirlo.

Controllo .

Due telefonate da un numero che non conosco.

Penso che se hanno bisogno, richiameranno.

Ed ecco che ricompare il numero fino a quel momento sconosciuto.

È la dottoressa che, insieme al mio ginecologo, mi ha eseguito l’amniocentesi il 30 giugno.

Mi dà la notizia che separerà per sempre le nostre esistenze in due parti: una prima e una dopo ciò che è successo. Cerca di essere diplomatica, ma non le viene facile perché dire che mio figlio è portatore della trisomia 21 non dà spazio a parole diplomaticamente edulcorate.

Ero ferma in macchina con Giulio di 6 appena compiuti e Lucrezia di 7. Cerco di mantenere il controllo ma non è facile capiscono che qualcosa non funziona come dovrebbe per il loro fratellino, quel piccoletto che abbiamo deciso si chiamerà Alessandro.

Da una parte la dottoressa che parla, ma non la sento più; dall’altra i bambini che mi fanno domande, ma non riesco a rispondere.

Il tempo per decidere se continuare o interrompere la gravidanza è di poche ore perché se decidessimo per fermarla ci dovremmo recare subito in ospedale. Avevamo si parlato già in precedenza di cosa avremmo voluto fare nel caso ci fossero stati dei problemi, ma ora ci troviamo di fronte ad una dura realtà ed è tutto diverso, tutto più difficile.

Siamo addolorati, preoccupati, frastornati. Decidiamo che non porteremo avanti questa gravidanza desiderata.  La trisomia 21 non è come le altre malformazioni: è cattiva, perché sei consapevole che tuo figlio è compatibile con la vita ma quando tu e tuo marito che sarete oltre la quarantina e comincerete ad essere affaticati, o quando  non sarete più in questo mondo, che ne sarà di lui? Chi se ne prenderà cura? I fratelli? Forse, ma avranno la loro vita con cui lottare… La società? Basta essere normali omosessuali o in sovrappeso x essere emarginati. Non ce la sentiamo proprio di mettere questo peso sulle spalle al nostro Alessandro, e andiamo in ospedale.

Colloquio con lo psichiatra. Mi chiede perché non vogliamo andare avanti. È la prassi. Lo fisso negli occhi, con occhi gonfi di lacrime trattenute. Rispondo e iniziamo la “procedura”. Ingoio tre pasticche ed è l’inizio della fine. Non vorrei farlo ma non vedo altra via d’uscita. Sto ricoverata, ci hanno assegnato una camera singola lontano dal reparto delle nascite. Trascorrono le ore, i pensieri affollano le menti e le intasano. Sogni infranti , progetti che non porteremo a termine…. Vorrei buttarmi dalla finestra a pancia sotto e morire con mio figlio, ma a casa ho il resto della famiglia che mi aspetta e che sta soffrendo con me. Inizia il travaglio. Non è lungo, il mio utero sa come sia fa a far nascere bambini. Il dolore non lo voglio questa volta perché non porterò a casa mio figlio. Chiedo medicinali.  Sono le tre del pomeriggio e dico a mio marito di uscire a mangiare, sono ore che non lo fa. In quei pochi istanti mi accovaccio per cercare di alleviare il dolore e sento il bisogno di spingere.

Nasce il mio Alessandro. Piccolo , bello … Sul pavimento.

Urlo con tutto il fiato che mi resta. Accorrono per aiutarmi.

Tremo, piango… Chiedo di poterlo salutare, lo hanno avvolto nel lenzuolino azzurro che avevo portato per lui.

Gli accarezzo la manina destra e lì il mio cuore muore. Alessandro è vivo. I medicinali non avevano fermato le funzioni gravidiche. Perché un destino tanto crudele per mio figlio?   

Mi rendo conto, oggi, che avrei voluto avere più informazioni, sapere meglio cosa fare dopo aver deciso di percorrere la strada dell’interruzione, per arrivare più preparata e consapevole sui metodi, su quello che accade, ma anche e soprattutto sul percorso da fare per chi voglia dare sepoltura alla propria creatura. Se avessimo affrontato questo seppur scomodo argomento con la mente più lucida non avremmo firmato x lasciare in ospedale Alessandro.

Ho deciso di raccontare questo vissuto con la sincera speranza di essere d’aiuto a Mamme come me, per far sentire che non sono le sole ed uniche a vivere il  dramma dell’aborto terapeutico del quale troppo poco si parla. Subentra nelle mamme la paura di essere giudicate e non comprese nel dolore. Quando a volte scrivo un post le risposte arrivano da chi ha scelto di portare avanti come a dire che sono più bravi e più forti di noi che abbiamo fatto la scelta opposta. Serve sostegno e comprensione, ci sono mamme che hanno il timore di uscire allo scoperto e non è giusto. Il dolore è dolore.”