Affrontare un aborto nel primo trimestre: il tabù di un dolore invisibile

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Perdere un figlio nel primo trimestre di gravidanza è una cosa che accade spesso, molto spesso, incredibilmente spesso. E nonostante questo è una cosa di cui si parla poco e che è tenuta pochissimo in considerazione.

La definizione stessa di “lutto perinatale” in linea teorica non tiene conto di questa eventualità (tecnicamente, infatti, si considerano le perdite che avvengono tra la 27a settimana di gravidanza e i 7 giorni dopo il parto). Come se perdere il proprio figlio solo poco tempo dopo averlo incontrato sulla propria strada non dovesse essere doloroso.

“Capita spesso”, si dice; “Non sei né la prima, né l’ultima”.

“Cosa vuoi che sia?!”, si apostrofa; “Non avevi nemmeno fatto in tempo a renderti conto di essere incinta”.

Anzi, spesso non si dice proprio nulla, perché nemmeno si sa che quella ragazza, quella nostra amica, quella nostra collega, quella nostra conoscente, fosse in dolce attesa. Il tabù della perdita precoce, infatti, impone spesso e volentieri di non dire a nessuno che si è incinte, di non parlarne, di fingere che tutto sia uguale a sempre.

E invece nulla è uguale a sempre: dentro quel ventre, ancora discreto, si fa strada una nuova vita; dentro quelle teste, quelle della mamma e del papà che custodiscono la notizia del futuro arrivo, si fanno strada immagini, sogni, progetti; dentro quegli occhi, che a ben vedere sono più luminosi e sognanti del solito, si fa strada la nuova consapevolezza che tra poco ci sarà una creatura in più.

Poi, d’un tratto e senza preavviso, tutto si interrompe. E la pretesa è che quello che all’apparenza era rimasto proprio come sempre, ci torni in fretta ad esserlo davvero: ripiegare in fretta e furia tutti i sogni e rinfilarli alla rinfusa nel cassetto, una pietra sopra alle illusioni e via andare. Come se la genitorialità fosse un qualcosa che si può accendere e spegnere con un interruttore: si spegne il battito del tuo bambino e devi pigiare velocemente sul tasto “OFF” della tua sensibilità.

Probabilmente il tabù più difficile da combattere è proprio quello di non raccontare dal primo giorno le gioie associate alla propria gravidanza e la sensazione di sentire sé stessi che, dopo il primo istante trascorso increduli davanti alle due lineette sul test di gravidanza, piano piano ci si trasforma in qualcosa di nuovo: in un genitore. Forse basterebbe avere più consapevolezza di quanto in ogni singolo attimo trascorso con quel puntino minuscolo nella propria vita corrisponda ad un enorme cambiamento, per accogliere con più attenzione e accortezza il dolore della sua perdita.

Poi c’è il muro dell’indifferenza e della superficialità da abbattere: un muro che fa pensare alle persone che banalizzare, minimizzare, glissare e andare velocemente oltre sia il modo giusto per affrontare un aborto spontaneo. E per questo c’è bisogno di fare cultura: le persone devono essere spinte e invitate a riflettere su quanto una stupida frase buttata là con poca attenzione, possa acuire un dolore già molto forte e possa far sentire inadeguati, quasi un po’ “pazzi”, in un momento in cui si vorrebbe solo sentirsi accolti.

Ecco quali sono, spesso, i vissuti e i pensieri di un genitore che perde il suo bambino all’inizio della gravidanza: pensa di essere sbagliato, pensa che sia assurdo starci male, pensa che dovrebbe essere subito pronto a rimettersi in pista e a lasciarsi tutto alle spalle… pensa, semplicemente, che non dovrebbe pensarci più. E invece continua a pensarci, si chiede come sarebbe potuto essere, si chiede se ha sbagliato qualcosa.

Sentirsi così in balia delle proprie emozioni, che si vorrebbero reprimere, ma senza riuscirci, è probabilmente uno dei fattori che può rendere più complicata l’elaborazione di questo lutto. E parallelamente, l’imporsi di non pensarci più e di fingere che non sia mai accaduto, congela la possibilità di integrare quest’esperienza nella propria vita, dandole uno spazio e un significato che permetterebbe di sentirla come meno emotivamente pesante.

Se hai perso un figlio nel primo trimestre non sentirti strano, non sentirti pazzo nel provare dolore e non accettare che ti venga chiesto di non pensarci più e di non parlarne più, piuttosto cerca uno spazio in cui essere accolto.

Se un tuo amico/familiare/conoscente ha subito un aborto spontaneo, non minimizzare, non dare per scontato che debba passare in fretta nel dimenticatoio; piuttosto offriti di dare ascolto, chiedi che ti venga raccontata la sua esperienza e fà sì che le sensazioni di cui sei reso parte ti aiutino a capire quanto può essere dura.

Dott.ssa Giulia Schena