32 settimane e 5 giorni di vita; l’eternità d’amore. La storia di Cristina e Ercole (e Max, e Enea)

articolo 7

 

Questa è una lunga storia, che fa percorrere tra le righe l’esperienza di mamma Cristina: dalla gioia al dolore, dalla paura al tentativo di stare serena. Con le sue parole fa entrare ognuno dentro la sua vita, ci accoglie in punta di piedi. Con la sua storia ci mostra quanto può essere profondo il baratro, quanto è difficile risalire, quanto sono importanti le mani tese ad aiutarci e quanto può splendere l’arcobaleno.

“Chiudo gli occhi e mi sembra ancora di stare con te, percepisco la pelle della pancia che tira e qualcuno dentro di me che si muove ma poi improvvisamente torno alla realtà e mi dico: “Cristina sveglia! Non puoi sentirlo, Ercole è morto. Quanto ribrezzo mi fa questa frase e la parola “morte”, una combinazione di cinque lettere che non vorrei conoscere, il riassunto di quel che io chiamo inferno. Richiudo gli occhi un istante e mi sembra di vederti. Guardare in faccia la morte attraverso il proprio figlio è la cosa peggiore che un genitore possa immaginare. Non si accetta facilmente questo passaggio ma a volte succede di essere protagonista di uno spettacolo tutt’altro che emozionante e lo devi vedere tutto, lo devi sentire tutto, fino alla fine e senza che qualcuno possa premere il tasto stop.

Aspettavo il ciclo mestruale, come ogni mese, ma stavolta sapevo che non sarebbe arrivato. Una donna le sente certe cose. Comprai il test di gravidanza. Lo nascosi nella borsa, come se fosse la cosa più preziosa mai comprata, come una ladra farebbe con il suo bottino, ero emozionata. Non ricordo dove lo feci, ma ho ben in mente il mio stato d’animo nell’attesa dell’esito: avevo il cuore in fibrillazione e una paura incontrollata. Furono attimi indimenticabili, attendevo la linea rosa nella finestra di controllo del test; comparve subito. Una gioia indescrivibile mi fece fare un sorriso enorme, dovevo dirlo subito a Max, non potevo aspettare, solo nove mesi e avremmo avuto il nostro bambino.

Aspettai il rientro di mio marito alla finestra, con la stessa impazienza dei primi appuntamenti. Non gli diedi quasi neanche il tempo di entrare in casa che subito gli dissi che sarebbe diventato papà. Max mi guardò incredulo, era davvero felice, ma da subito mi disse che finché non l’avrebbe tenuto tra le braccia non ci avrebbe creduto davvero. Io mi sentivo una forza della natura, avrei scalato una montagna e alla vetta avrei urlato tutta la mia felicità.

La voglia di avere un bimbo era tanta, soprattutto dopo l’agosto del 2014.

Ci siamo sposati il 14 giugno 2014. La nostra storia è stata travolgente anche se all’inizio non ero molto convinta, Max non mi piaceva un granché esteticamente, ma conoscendolo appena mi accorsi subito che sposarlo sarebbe stata la cosa più bella che potessi fare; non mi sbagliavo. Tornati dal nostro viaggio di nozze in Messico ai primi di luglio scoprii che una nuova vita stava crescendo dentro me.

Non mancava nulla, era tutto perfetto ma la gioia venne coperta dalla paura e dall’angoscia quando, inaspettatamente, ebbi una forte emorragia. Il medico che mi visitò mi tranquillizzò dicendomi che il battito del mio bambino si sentiva perfettamente, mi prescrisse una terapia farmacologica e mi consigliò il riposo. Qualche tempo dopo feci una normale visita di controllo, ero alla decima settimana. Felice come non mai attesi il mio turno. Mi fece accomodare una ginecologa, per nulla simpatica, scoprii fiera la mia pancia in attesa di vedere nel monitor il mio piccolo punto ma lei, fredda e disumana mi disse che il battito non c’era più. Non aggiunse altro. Non volevo crederci, andava tutto bene, avevo eseguito alla lettera la terapia, cosa era andato storto? Dov’era il mio bambino?  Mi crollò il mondo addosso.

Fui ricoverata per quel che chiamano raschiamento. Le lacrime scendevano lungo il viso senza sosta, stavo male. Mi immaginavo con il mio bambino tra le braccia passeggiare al parco, lo sognavo seduto sulle gambe di suo padre e invece ero lì, sdraiata in un letto di ospedale ad aspettare che svuotassero il mio cesto di sogni, la mia forza. I medici erano tutti indaffarati quel giorno, mi fecero aspettare fino a sera quando, su insistenza di mio marito, mi portarono in sala parto; lì, dove le donne danno la vita, io diedi luce alla morte.

Il giorno seguente tornai a casa. Mio marito prenotò un fine settimana sul Lago di Garda, dovevamo distrarci un poco e magari dimenticare la sofferenza. Come si fa a dimenticare una cosa simile? Persino il quotidiano non era più lo stesso, andare a fare la spesa era diventato un incubo, incontravo le mamme con i loro bambini e avevo la sensazione che mi guardassero in modo strano, come se sapessero di noi. Odiavo quelle giornate. Odiavo comparire nelle fotografie: la ragazza che rivedevo era affranta dal dolore ed ero proprio io. Furono mesi lunghi e faticosi, rifiutai un aiuto medico, volevo farcela da sola così attinsi a tutte le mie forze e andai avanti.

Qualche mese dopo, Max ed io, ci dicemmo di riprovare, avevamo ancora il nostro sogno di famiglia, non potevamo rinunciare. Arrivò un grandioso regalo di Natale,il più bello della mia vita: ero nuovamente incinta. Ero al settimo cielo, ma stavolta volevo aspettare la fine del primo trimestre per dirlo alle nostre famiglie, un pizzico di scaramanzia non guastava.

Fu difficile provare a tenerlo nascosto a mia madre, aveva avuto quattro figli e la mia nausea era troppo invadente. Fece finta di credermi. Finché qualche giorno dopo capodanno le dissi di aspettare un altro bambino. Ero di nuovo la Cristina gioiosa di un tempo, il malessere fisico non aveva importanza, avrei sopportato le nausee per tutta la durata della gravidanza se fosse stato necessario, lo avrei fatto volentieri pur di avere il mio bambino.

Una mattina mentre ero seduta alla mia scrivania, sentii qualcosa di strano scendere dal mio corpo, controllai spaventata, avevo un brutto presentimento, avevo delle perdite ematiche. Il cuore cominciò a battere forte, avevo paura, temevo per il benessere del mio bambino e subito chiamai Max e mia madre. Presi la mia bicicletta e pedalai con tutta l’energia che avevo verso l’ospedale, non c’era tempo da perdere, eravamo in pericolo. Mi diagnosticarono una minaccia di aborto, avevo già vissuto questo momento e lo sconforto mi assalì. Mi prescrissero nuovamente il riposo e gli ovuli di progesterone, un’altra volta, anche questa volta. Mi sembrava di rivivere un incubo, la paura di perdere anche stavolta il mio bambino mi fece cadere in uno stato di ansia e angoscia. Si preoccuparono tutti per noi, mi dissero di volermi aiutare evitandomi sforzi fisici ma in realtà volevano tenermi sotto controllo. Accettai il loro aiuto senza battere ciglio.

Il tempo mi passò velocemente ma non fu la stessa cosa per l’ansia e i brutti pensieri. Ripercorrere la stessa strada di qualche mese prima, con l’esito che avevo avuto, mi faceva paura. Non avrei potuto sopportare la medesima sofferenza, non stavolta.

Feci una visita di controllo in cui il ginecologo mi disse di tirare un sospiro di sollievo, i tre mesi critici erano passati: secondo il suo parere potevo stare tranquilla. Non ce la feci, per alcune settimane fui molto agitata, dormivo a fatica e malamente. Sono sempre stata una guerriera, cercai di reagire distraendomi, non potevo abbattermi, non era nel mio carattere farlo, il panico non avrebbe vinto la battaglia. Prenotai un massaggio rilassante, feci una seduta di luce pulsata e due chiacchiere con uno psicologo ma il risultato non fu quello aspettato, ero costantemente in ansia. Il mio pensiero ricorrente in quei giorni era che il mio bambino non stesse bene e io potessi non accorgermene. Poi, ingenuamente, lessi su internet che il mio stato d’animo poteva portare conseguenze sul mio bambino (bambini irrequieti, con un basso peso alla nascita, …) e ciò mi fece alternare momenti di grande gioia e serenità a momenti in cui l’agitazione bussava alla porta.

Pian piano, però, riuscii a convincermi che l’andamento delle cose non poteva dipendere da me e che il mio era solo un eccessivo senso di responsabilità e imparai a godermi la mia gravidanza senza inutili paranoie. Eh sì! stavo proprio bene! ero in piena forma! Mostravo fiera la mia pancia che lievitava sempre più.

Ai primi giorni di aprile cominciai a sentire qualche calcio, il mio bambino si muoveva e adesso potevo chiaramente riconoscere i suoi richiami. Ora sì che potevamo tirare un sospiro di sollievo. Presto sarebbe nato Ercole. Il mio compagno ed io scegliemmo subito questo nome dopo la visita morfologica del 13 aprile. Lui è un appassionato di storia e mitologia, io un’amante dei nomi tradizionali vecchio stile ed Ercole era davvero un bambino forte, questo sarebbe stato il nome perfetto per lui. 

Il sole splendeva su di noi, nulla poteva remarci contro, mai avrei pesato potesse andare diversamente.

Il tempo trascorreva veloce…oramai eravamo una cosa sola…una sintonia unica. Accarezzavo la mia pancia, gli parlavo, mi nutrivo benissimo per lui, bevevo tanto per lui, non mi affaticavo per lui, vivevo per lui.

Il tempo trascorreva veloce, troppo veloce. Uscivo orgogliosa della mia pancia sperando che chiunque la notasse e mi chiedesse se conteneva un bimbo o una bimba e io orgogliosa rispondevo: un bambino, il mio bambino.

Il mio ginecologo si ammalò gravemente e non ricevette più. Mi rivolsi ad un collega per un ecografia verso le 25/26 settimane e mi disse di attendere pure la 32 settimana per l’ecografia di rito.

Io ligia al dovere lo feci e la prenotai.

Intanto compravamo un sacco di cose belle per il nostro bambino, volevamo il meglio per lui. Max con la fissa per i supereroi ed io per i golfini in lana. Max gli comprava body bizzarri ed io maglie fatte a mano, Max kimono giapponese ed io le espadrillas come la mamma. Ritirammo pure il set completo da Prenatal che mio marito e mio padre montarono accuratamente. Era una cameretta splendida persino con il metro-giraffa! Mancava solo Ercole a riempirla con i suoi pianti e sorrisi.

La sera era un momento unico. Accarezzavamo la pancia facendo progetti. Max immaginava di  portarlo al parco, di giocare a calcio nel campo vicino a casa, di farsi accompagnare da Ercole a fare gli aperitivi nel suo bar di fiducia; mentre ci vedevo a fare lunghe passeggiate e pic nic insieme in montagna e poi… andare al mare. Sì… quel mare che Max odia tanto ma che per Ercole era disposto a sfidare, entrando persino in acqua con lui in braccio. Credo sia proprio quel bambino che gli avrebbe dato l’impulso per vincere le sue paure.

Eravamo innamorati, ogni settimana una foto si aggiungeva alla memoria della macchina fotografica, ogni settimana uno scatto ad immortalare quanto quella pancia cresceva, quella pancia che amavo tanto. Max la baciava, interagiva con suo figlio e io lo vedevo come il papà migliore del mondo.

E poi si portava avanti…avanti negli anni…il libretto di risparmio, la scuola, il motorino, le ragazze. Noi l’avremmo supportato, cresciuto, amato, insegnato, contemplato e adorato sempre. Il nostro Ercole.

Finii di lavorare il 25 giugno 2015 e il 28 giugno avevamo prenotato una settimana rigenerante al mare.

Fu una settimana magica. Io stavo moltissimo in acqua…sapevo che i bambini amano sentirsi cullati dalle onde. Mettevo super protezione solare sulla pancia e facevo delle belle passeggiate in riva al mare con mio marito in vista dell’ecografia dell’accrescimento del 8 luglio che ci avrebbe rilevato la grandezza del nostro piccolo. Quei giorni non sentivo più Ercole fare i suoi soliti singhiozzi (dicono che i bimbi provano a respirare) ma non mi allarmai perché avevo letto che alcune non li sentono neppure.

Arrivò il giorno dell’ecografia; la sera prima mi sentii strana ma Max, conoscendo la mia ansia, diceva che ero solo paranoica (!). Si sbagliava. Quell’ 8 luglio 2015 la vita nostra cambiò: il suo battito, che io amavo sentire, che ci teneva in vita, non c’era più.

Il momento peggiore fu sentire le terribili parole pronunciate a denti stretti dal medico, quasi sussurrando:”non c’è più battito, mi dispiace”.

Come si può ascoltare queste parole? Come si può farlo ancora? Come si sopravvivere alla morte dei propri figli? Imploravo di controllare meglio, di smentire. Ero sotto shock letteralmente, non avevo nemmeno la forza di piangere. Max sbalordito ebbe il coraggio di chiamare le nostre famiglie. Credevano fosse un orribile scherzo, ma subito capirono che con queste cose non si può scherzare, era tutto vero, era accaduto di nuovo. I miei genitori arrivarono subito in ospedale, mi abbracciarono, strinsero un corpo straziato dal dolore che non riuscì neppure a salutarli. Quello che provai fu il dolore più feroce che potessi immaginare, era innaturale, ti annienta e ti lascia inerme senza forze.

Non facevo altro che piangere, non vedevo l’ora di partorire il mio bambino, ogni secondo in cui lui stava dentro di me mi sembrava una punizione, dovevo convivermi che fosse morto e per farlo avevo bisogno che me lo strappassero dal corpo. Pensai alla mia morte, non avevo più paura di guardarla in faccia, l’avrei scelta di fronte a questo dolore, volevo raggiungere i miei bambini, i miei angeli.

Aspettai in camera mentre i medici decidevano come procedere. Non volevo nessuno accanto a me, mi limitavo a contare i quadrati in lunghezza e larghezza sul soffitto, sapevo a memoria quanti fossero per fila. Poco dopo l’ostetrica arrivò. Avevano deciso. Mi fece l’induzione del parto come da protocollo e iniziò il mio calvario, una vera tortura. Pregai che mi venissero le contrazioni in fretta, volevo che finisse tutto, volevo comunque fare un parto naturale. Qualche ora dopo sentii i primi dolori che mi provocarono un forte vomito. Mi proposero l’anestesia epidurale, per loro non aveva senso continuare a sentire dolore, io pensai che nessun malessere fisico avrebbe mai potuto superare quello psicologico di quel delicato momento. Accettai, ma l’anestesista fece ripetutamente errori tanto da provocare la rottura della dura madre che mi lasciò capogiri per oltre un mese. L’ostetrica mi visitò a intervalli regolari, odiavo essere toccata, provavo disgusto. Controllava la dilatazione per vedere se ero pronta a lasciar andare la cosa più bella che potessi sognare e che avevo tenuto in vita per 7 mesi. Ero pronta secondo lei, dovevano portarmi in sala morte. Mi coprirono con cura, avevo paura mentre percorrevo il lungo corridoio stesa su di una barella. Incontrai tante persone in attesa di abbracciare i loro figli e le loro mogli, girai la testa.

Le contrazioni erano quelle giuste, mi chiesero di spingere con tutta la forza che mi restava, lo feci. Spinsi violentemente, volevo che Ercole nascesse in fretta, speravo che si fossero sbagliati e che l’avrei sentito piangere. Mi aiutavano ripetendomi che ero forte e che ce l’avrei fatta. Sentii la sua testa uscire mentre Max mi teneva la mano. Spinsi ancora un poco e uscì il anche il piccolo corpo stupendo del mio bambino. Non pianse, smisi di sperare, non avrei mai sentito la voce di mio figlio.

Guardai Max negli occhi, era incredulo. Chiesi alle ostetriche di occuparsi di Ercole con la massima cura, mi risposero che l’avrebbero fatto come fosse il loro.

Mi portarono in una camera, quella in cui prendono posto le mamme in cielo che non potranno mai tornare a casa con il loro bambino. Ci fecero aspettare qualche minuto prima di fare l’ingresso con in braccio la nostra creatura. Lo diedero a Max. Io avevo paura, sapevo che se l’avessi visto e stretto a me avrei finito con l’amarlo troppo, non l’avrei lasciato andare. Ercole era perfetto, pesava un chilo e mezzo. Il suo viso era tondo, con occhi lunghi, un naso leggermente allargato e la stessa bocca di papà. Gli toccai le mani, aveva le dita affusolate ma la pelle non ancora perfettamente sviluppata, era troppo presto. Lo presi tra le braccia e lo baciai, con fatica, ma oggi sono fiera di averlo fatto. Facemmo alcune fotografie, che non smetto mai di guardare, l’immagine di lui sarebbe rimasta impressa nella mente ma preferisco dare ai miei occhi il permesso di farlo ogni volta che lo desiderano. Entrò in camera la mia famiglia, volevano conoscere Ercole prima di lasciarlo ai medici. Fu molto brutto separarsi.

I giorni successivi furono tremendi. Seguitava ad esserci il mio costante desiderio di morte, l’angoscia rendeva le giornate interminabili e dure da affrontare. Chiamarono un prete per darmi chissà quale conforto, di quella visita apprezzai solamente la preghiera che disse per mio figlio. Chiesi di vedere una psicologa, speravo che almeno lei potesse aiutarmi ma al contrario si oppose alle mie dimissioni, temeva una mia reazione esasperata così presto capii che non mi sarebbe servita molto. Solo Ercole poteva aiutarmi e lui non c’era più. Volevo andare a casa, scappare da quella prigione, questo avevo bisogno e questo feci.

Il rientro fu ovviamente traumatico.

La cameretta aveva tutti i mobili coperti da lunghi teli bianchi coperti da un piumone verde smeraldo, mio padre e Max avevano pensato di nasconderli in qualche modo. Scoppiai in un lungo pianto tra le braccia di mio marito. Non avevo più alcuna speranza e l’incubo non era ancora finito. Facemmo il funerale di Ercole tra lacrime e giramenti di testa. Mi sentivo come se quello sarebbe stato il momento in cui il distacco dal mio bambino sarebbe stato definitivo. Reggevamo in una mano due rose bianche io e una Max, un bouquet di fiori bianchi con una fascia su cui era scritto “da mamma e papà” poggiato sul cumulo di terra e le lacrime disperate di una mamma affranta da una vita ingiusta.

Nei giorni che seguirono ebbi la vicinanza di mio marito e della mia famiglia a cui devo tutto. Stavo cadendo in uno stato depressivo. Non mi volevo alzare dal letto prendendo come scusa i giramenti di testa. Fedele mio amico era il buio, lo stesso buio che provavo dentro di me.

Avevo ancora la sensazione che la pancia si muovesse. Era una strana sensazione che solo chi ha perso un figlio può capire. Mi sembrava che tutto ciò che era accaduto non fosse reale, ero solo finita in un brutto incubo. Alcuni giorni mi pizzicavo forte.. speravo di svegliarmi! Ma invece era tutto vero e sprofondavo nella disperazione più totale. E le domande della gente che mi vedeva senza pancia: è nato il bimbo? e le lacrime che cominciavo a sgorgare infinite dai miei occhi.

No, non si poteva, troppa sofferenza. E poi mi chiedevo perché lui? perché non me? io volevo lui. E l’impotenza che mi assaliva, la voglia di tornare indietro, il cercare un colpevole. E poi le ricerche…le statistiche… l’attesa dell’autopsia che era infinita e senza una risposta, i lunghi esami ai quali mi sottoposi.

Mio marito e la mia famiglia mi spronarono a ricominciare ad uscire,  la mamma di Max, Micaela, mi stette molto vicino e mi regalò un cane, un barboncino meraviglioso: Lenny. Così cominciai a passeggiare. Mi fece bene, smisi di chiudermi in me stessa e persi i chili presi in gravidanza che non facevano altro che riportarmi dentro ai ricordi.

Quel che trovo ingiusto è l’abbandono psicologico da parte dei medici, in questi avvenimenti, nella perdita di un figlio in grembo si è completamente soli. Io sono stata trattata benissimo in Ospedale sia dai medici che dalle ostetriche (in particolare due ostetriche deliziose Paola grazie alla quale abbiamo fatto delle fotografie ad Ercole che ora riempiono i muri di casa nostra e Maria Grazia con la sua dolcezza) che dal personale ma credo non sia sempre così e credo bisogni sempre affiancare uno psicologo in questi casi e non inviarlo quando viene richiesto. Io non ne ho avuto la necessità a parte un incontro veloce in ospedale (su mia richiesta) ma credo sia utile per alcune di noi Mamme Speciali.

Ci si deve arrangiare e ci si deve aggrappare con fermezza a quel che più ti da sollievo. Per me è stato molto importante credere in un aldilà, immaginare mio figlio come un angelo che veglia su di noi. E il dialogo con mio marito. Sì perché noi abbiamo fatto e facciamo tutt’ora una sorta di “terapia di coppia” in cui io butto fuori tutto quello che ho dentro e lui uguale e ci confrontiamo. Mio marito l’unico il solo più prezioso e stupendo Uomo che potessi desiderare. Mi è stato accanto come nessuno avrebbe mai saputo fare. Con la sua forza (che nascondeva un gran dolore) e il suo immenso Amore. Solo così sono riuscita ad andare avanti.

Adesso mi guardo allo specchio e vedo una donna forte e combattiva. Siamo stati sfortunati ma bisogna saper lottare. Nessuno di noi è a credito con la vita, bisogna sempre sperare in qualcosa di bello. Credo che la felicità vada cercata, nelle piccole o grandi cose, verrà trovata. Sono certa di avere tre angeli in cielo, quello di mia sorella Veronica e i miei bambini. I miei seni allatteranno, mio marito udirà la parola papà, giocherà a calcio con il suo bimbo e gli insegnerà a lottare nella vita proprio come stiamo facendo noi. Non riavremo colui che ci è stato tolto ma insieme, Max ed io, avremo sempre la speranza, la forza e il coraggio di vivere la nostra vita serena.

Ora abbiamo il nostro Arcobaleno Enea, è stata lunga tortuosa la strada per arrivarci ma ce l’abbiamo fatta. Ansia attacchi di panico e paura l’hanno fatta da padroni in questi nove mesi carichi di speranza… fino al 3 agosto 2016 quando con un lamento e un forte pianto è venuto al mondo il nostro principino. Abbiamo vinto!

I miei ringraziamenti vanno a Max (mio marito) il solo unico grande uomo giusto per me che amo più di tutto e tutti, mia famiglia (Ermes ed Ornella i miei genitori, sempre pronti a supportarmi ed amarmi; Massimo mio fratello, che ha ascoltato ed ancora ascolta le mie paranoie; Mauro mio fratello con Simona; Pierre Tobia e Lenny, i miei super cagnolini che senza parlare ti stanno stare più vicini degli essere umani; Micaela mia suocera, Laura e Monica mie Super Amiche e Crystal mia nuova amica accumunata a me dalla stessa tragedia.”